16/11/14

MTC 43, muffins e pensieri vaganti

























NOTA - Questo post e' un classico esempio di brain storming, dove il pensiero salta da un ricordo, a un'immagine, a qualcuno, a una musica, a una frase ascoltata per caso, a un luogo dove siamo stati.
E' cosi' che il cervello lavora, per associazioni.  Ed e' cosi' che ho scritto questo post, partendo dalla lingua italiana per arrivare ai muffins.

Chi mi conosce sa che tengo moltissimo ad un uso corretto della lingua italiana.  Mia moglie (gia' nota come La Santa Donna, per la pazienza che esercita con me) si stizzisce quando la correggo mentre mi parla.  Lo faccio senza pensarci, e' piu' forte di me.  Eppure in tutti questi anni avrei dovuto imparare che non le piace essere corretta e' che e' meglio tenere la bocca chiusa.  
Quante volte sara' capitato a voi di pensare: "Acc... se fossi stato zitto"?   Ecco, a me capita spesso.


All'accorruomo in via Durini

Prima di spiegare cosa c'entrano i muffins con la lingua italiana devo riportarvi un pezzo delizioso sul mutare della lingua.    E' stato scritto da Felix Dessi' nel 1962.
Questo signore, oltre ad essere un noto letterato milanese e ottimo traduttore (mestiere arduo, e misconosciuto, spiace dirlo) e' anche autore di un libro di ricette pubblicato nel 1955, "La signora in cucina" e quindi citarlo in un un blog di cucina e' quanto mai appropriato.
Sul mutare della lingua italiana, dicevo.    Ecco il pezzo, godetevelo.

Da un quotidiano, in questi giorni (1962):

SCIPPO FALLITO IN VIA DURINI

Nel tardo pomeriggio di ieri, appena uscita dall'ufficio dove lavora, la diciottenne Maria Grazia D. stava percorrendo il marciapiede di Via Durini, quando è stata scippata della borsa da un ragazzo in motorino.
Bloccato in qualche modo dai passanti, il malvivente è stato preso a pugni e calci da una folla inferocita.  Restituita la borsa alla vittima, lo scippatore ha poi tentato di impietosirla, sperando di facilitare il suo rilascio.
Maria Grazia D. si è dimostrata irremovibile, e lo scippatore è stato preso in consegna da una volante della Polizia, sopraggiunta nel frattempo.

Ed ecco come il cronista avrebbe potuto descrivere lo stesso fatto di cronaca, se  avesse avuto alle spalle buoni studi, e avesse fatto tesoro degli insegnamenti ricevuti dai suoi professori di Lettere.

ALL' ACCORRUOMO IN VIA DURINI

Iersera, mentre il Sole si avviava rosseggiando all'occàso e con gli ultimi rài saettava le nubi dorate, una giovin donzelletta, Maria Grazia D., che volge sul finir dei diciott'anni, avendo posto termine alla sua laboriosa giornata nell'uffizio di scritttura ov'è con altre a lei simiglianti impegnata, si avviava lieta in core al focolare, ove l'attendea la pia madre dal bianco crine.
Transitava ella lungo il marciapiedi di via Durini, costeggiandone quasi il ciglio, tutta assorta nei suoi innocenti pensieri, quando un giovinastro, uno di quei scapestratelli, teppisti appellati nella metropoli lombarda, le si avvicinò fianco a fianco sul suo rombante biciclo a motore e ratto, con lesta mano a tali delitti adusa le strappò la bolgetta che pendeale da una cigna lungo l'anca.
Riscossa dal sogno al rumor della correggia strappata, la donzelletta si sbiancò in viso, poi divenne di fiamma. Ventimila lire contenea la bolgetta, ventimila lire di sudati risparmi, che raggranellato ella aveva giorno per giorno, onde comprar nastri, pizzi e merletti dalla crestaia, per adornarsi alla festa del Santo Patrono e così apparire più bella agli occhi degli onesti garzoni.
- All'accorruomo! - gridò la giovinetta.
Aita! Aita!  Fermate quel garzone che la bolgetta mia involò!  Guardate messeri la correggia strappata, che con il suo rumore mi riscosse dal dolce sogno della madre antica!
Una folla uscì dalle case, un capannello si formò per la strada. Gli uomini correvano alla riscossa, le donne facevano strepito.  Un sergente di città. afferrato il suo fischio d'argento, modulò il richiamo della legge.
Accorreano le guardie.
Invano il giovinastro tentò di fuggire.  Per i malvagi non c'è salvezza!  Un semaforo mutò il verde in rosso e lo costrinse a fermarsi.  Mille mani lo afferrarono, mille pugni lo contusero.
Lacero e pésto fu consegnato alle guardie.
La donzelletta, stringendo al seno la bolgetta dalla correggia infranta, che mani pietose le avevano restituito, guardò con occhi ancora umidi di pianto, il giovinastro condotto agli ergastoli.
- Perdonami, bella fanciulla innocente, perdona la correggia strappata, perdona la bolgetta involata! le gridò il giovinastro da lontano.  E' stata la fame a spingere la mia mano, è stata la fame che obnubila la mente, e non la malvagità del cuore!
- Io ti perdono, rispose ella con un mesto sorriso, ma potrà mai perdonarti la legge?
E, scuotendo il capo, avviossi verso il focolare.


Avete appena letto un bell'esempio di come la lingua, quella italiana come qualunque altra, beninteso, possa cambiare con il passare del tempo.  
Lo stile si alleggerisce, si tende alla sintesi e nascono nuove parole, come “scippo” e “motorino”.
Mentre io non scriverei mai nello stile de "All'accorruomo in Via Durini", potrei invece avere da ridire su come scrivono certi giornalisti, anche se bisogna conceder loro che sono tiranneggiati dal poco spazio disponibile in pagina.  

E tralascio pietosamente gli sfondoni di certi giornalisti televisivi, all'occasione anche dediti all'assassinio di congiuntivi, per me motivo di dannazione eterna tra le fiamme.

Il Prof. Vannucci

A proposito di stile: ognuno di noi nello scrivere ha il suo, il mio si e' formato principalmente  negli anni delle superiori, dove ho studiato e sudato col Professor Marcello Vannucci.  

Noto dantista, amico di Montale e di Saviane, direttore di riviste, scrittore fecondo (oltre venti libri su Firenze nei secoli e sui suoi personaggi) era temuto e adorato dai suoi studenti.     Temuto in quegli anni, ricordato con  blanda nostalgia negli anni successivi.
I suoi giudizi sul nostro operato erano sempre “stitici”, come dicevamo noi, ma impeccabilmente giusti.

Era abilissimo nello scoprire chi si applicava e chi no, chi imparava a memoria (un “lazzarone mentale”) e chi invece ci aveva riflettuto, e in quale misura.     Ricordo ancora come, dopo aver ascoltato un allievo che non lo aveva convinto, se ne uscisse con il temuto “Me lo ripeta con altre parole”. 
E li' c'era poco da fare, o avevi padronanza dell'argomento o crollavi.   
Ci spremeva.  Per il nostro bene, diceva lui.
A volte negli ultimissimi minuti, quando gia' ricominciavamo a respirare, ci tirava la mazzata: “Per la prossima volta portatemi due paginette su....”.   Poteva essere qualunque cosa, mi ricordo ad esempio de “... gli ideali: sono utili o dannosi?”.
Leggeva poi tutte le paginette e la volta ancora successiva chiamava qualcuno e: “Il suo approccio non mi e' dispiaciuto, me lo riesponga, approfondendo i concetti”.     Tutto faceva media, col Prof. Vannucci.
Sopportava il programma ministeriale perche' doveva, ma era sempre in cerca del modo migliore per incuriosirci, imbarazzarci e forzarci cosi' ad aprire la mente.  

Una volta ci incuriosi' col fatto che “A Garibaldi piacevano le donne, e ne ebbe diverse, col seno voluminoso.  Anita non faceva eccezione”.   
Per imbarazzarci tirava dei colpi improvvisi, indicando qualcuno:  “Perche', secondo lei, scoppiano le guerre?”.  Oppure: “Che ne pensa del Carducci?”    A lezione di Lettere avevi voglia di imparare il Natalino a memoria....  (il Sapegno, per quelli dello Scientifico).
Tollerava i neologismi, in favore del concetto che la lingua cambia, ma non sopportava le esagerazioni, tanto che un allievo che, povero lui, scrisse “cervelloticamente” fu impietosamente segato.  Fu poi salvato, in sede di giudizio annuale, perche' andava bene nelle altre materie.
i' Vannucci”, come lo chiamavamo noi e' mancato nel 2009, adesso lo ricordo, e non solo io, con affetto.
A sua gloria basti ricordare che i suoi allievi erano sempre i migliori della scuola. 
















Accademia della Crusca e social networks

La lingua cambia, dicevo, e non e' semplice tenere un giusto equilibrio, tra un passato immobile e il futuro che spinge.    Questo esercizio d'equilibrio lo fa, da secoli, l'Accademia della Crusca.   Che non e' un sinedrio di professoroni attaccati al passato, ma, al contrario, e' vivace attrice anche in Internet.  Per aiutare e consigliare chi avesse dubbi sul buon uso della lingua.  Peggio sta chi non ha dubbi.  L'amica Vera Gheno cura la sezione Twitter dell'Accademia con notevole successo, tanto che ad oggi l'Accademia ha oltre 20.000 followers.   Qui una sua recente intervista  e qui un articolo su Wired, incredulo del connubio tra Accademia e social network  




Si, ma cosa c'entra tutto questo con i muffins?

C'entra, perche' io vedo i muffins come un esempio di scrittura giornalistica.

Non rifinita, a primo sguardo;  un po' grezza all'interno;  ma comunque adatta a un veloce consumo.
Altri sono i dolci piu' adatti ad un consumo posato,  penso a certi dolci francesi, raffinati fino all'inverosimile e pertanto meritevoli di rispetto e concentrazione nel gustarli.
Quindi, almeno per me, i muffins sono rozzi e vigorosi, un po' come certi americani con cui ho lavorato. 

Del resto nel Sud degli Stati Uniti i muffins venivano preparati dalle cuoche padronali per essere consumati dalla servitu', quindi con pochi semplici ingredienti, e in fretta, senza tanti preziosismi.   Solo in seguito i padroni di casa, e poi le massaie comuni, li adottarono, come veloci peccatucci di gola e come dolcetti tuttofare.
Chissa' perche' quando penso ai muffins e agli USA mi vengono alla mente certe caffetterie americane, tipo quella raffigurata da Ted Hopper, uno dei miei pittori preferiti, nel suo archetipico dipinto "Nighthawks", nottambuli, qui sotto.
 














Sicuramente oltre al caffe' e alle classiche fette di torta con gelato in quella caffetteria  avranno servito anche i muffins,  saranno li', sotto la loro campana di vetro.  Ma le persone presenti sembrano limitarsi al caffe', o forse no, forse l'uomo di spalle ha davanti a se' le briciole di un muffin, segno di un momento che e' passato.  E chi saranno le persone che a notte fonda siedono in  quella caffetteria?    Cosa le ha portate li'?  
La donna, e' un po' annoiata, guarda qualcosa che ha in mano.   L'uomo accanto a lei tiene la sigaretta bassa, ha appena detto qualcosa all'addetto notturno e questo gli sta rispondendo.  Parleranno di sport, tanto per far muovere un'ora di stanca?  Chi vincera' quest'anno, i Mets?   I Dodgers? O i Tampa Bay?
E' notte tarda, fuori della caffetteria.    Che ora sara'?   
Indubbiamente Edward “Ted” Hopper era un maestro nel cogliere istanti di realta'.    Cosa non darei per un suo quadro in originale, in casa ho solo delle stampe.
Nei quadri di Ted Hopper i muffins non sono mai raffigurati, ma potrebbero esserci, a buon titolo, e possiamo tranquillamente immaginarli.
 

A vederli nella realta', i muffins hanno un che di carnale.   Invogliano al consumo, che avverra' a morsi, quasi con volutta'.   Il nome, almeno nel volgare USA, ha anche una connotazione sessuale.   Riporto una definizione, ma senza tradurla:A girls vagina - Many different kinds, like blueberry (shaved), buttered (with cum), and many more”. 
Donne e muffins.....      Ma non c'e' bisogno di involgarirsi, basta guardarle, le donne, come diceva anche Jack Kerouac in  Desolation angels: "Scoppieranno guerre per gli occhi delle donne".    O anche come diceva anni prima William Shakespeare: "Dagli occhi delle donne derivo la mia dottrina: essi brillano ancora del vero fuoco di Prometeo, sono i libri, le arti, le accademie, che mostrano, contengono e nutrono il mondo". 
Non c'e' dubbio che gli occhi di una donna contengano tutto, ma anche quello che c'e' intorno vale.  Pensavo a quanto piace a noi ometti esibire al nostro fianco una bella donna.  Accompagnarla sotto gli sguardi di tutti, con la mano che accarezza la curva della sua vita.  Ci piace, eccome.   

E adesso, proprio per questo, sto pensando a Wonderful tonight, di Eric “slow hand” Clapton.
Sapete, anni fa pensavo all'aspetto della donna che avrei sposato, la immaginavo alta, molto alta, un tipo irlandese, capelli rossi, pelle cruscosa, cosce nervose, occhi verdi.      La vita ci porta poi su sentieri diversi, la mia consorte e' piccolina e con gli occhi di un caldo marrone.  Ci sto benissimo ormai da tanti, tanti anni, e la esibisco volentieri e con orgoglio. 
La mia consorte.... termine desueto, ma che mi piace molto, letteralmente “che divide la stessa sorte”.
Zuccheroso per zuccheroso torno a parlare di muffins.    Mi torna spesso in mente una scenetta alla quale, anni fa, assistevo ogni volta che mi fermavo a far colazione in qualche Autogrill.   

Per qualche anno ho fatto il venditore (oggi lo chiamano "Business Account Manager", ma sempre venditore e') e ho macinato in autostrada tanti di quei chilometri che ho ancora negli occhi la linea tratteggiata che mi viene incontro.     Qui emerge un'altra citazione, ancora da Jack Kerouac, nel suo famoso On the road: "....dovevamo ancora andare lontano. Ma che importava, la strada e' la vita". 
Sulla strada avevo il tempo di riflettere, ma c'era anche il tempo delle pause all'Autogrill: gasolio, toilette, colazione all'alba con cappuccino e brioche.     Ho un po' di nostalgia per quella vita: ore di autostrada per vedere di persona il direttore del major account e, dopo la stanchezza di alzataccia e ore di guida, guardarlo in faccia, concentrarsi per leggere le sue reazioni e convincerlo a chiudere il contratto.  

Vita anche randagia, anche solitaria, ma con un suo fascino: essere solo nella notte che sta scolorando, in attesa che arrivi la tua stazione di servizio preferita.
In quegli anni la direzione degli Autogrill tento' di introdurre i muffins al posto del classico cornetto, i maligni affermando che, mentre i muffins potevano essere conservati a lungo, i cornetti dovevano essere passati in forno durante il servizio del mattino e quindi consumavano tempo e energia elettrica.  

"Passati in forno”: si, vabbe', li toglievano dal frigorifero e li schiaffavano in fornetti che giudicare lerci era far loro un complimento.  
Sempre i maligni facevano presente che il succo d'arancia era industriale, gia' pronto, mentre il cappuccino doveva essere fatto al momento, con consumo di tempo ed energia elettrica.
Comunque sia, per un certo periodo le cassiere ripetevano ad ogni acquirente della fila: “Con un piccolo supplemento Le diamo un muffin e del succo d'arancia”.  Forse qualcuno di voi leggendo queste righe se ne ricordera'.  Se e' cosi' si ricordera' anche che tutti (salvo rarissimi casi nei quali qualcuno voleva fare il fighetto) rispondevano “No, va bene cappuccino e cornetto”.   

Insomma tutti, praticamente, rifiutavano; e dopo non molto la direzione e le cassiere, con loro sollievo, rinunciarono a proporre l'offerta.  
A me, come a molti altri, sentire tutte le volte quella litania alla quale rispondere invariabilmente “No” dava piuttosto fastidio. 

Certe volte mi immaginavo che al cominciare de “Con un piccolo supplemento....” tutti i clienti presenti si voltassero verso la cassa e gridassero forte all'unisono: NO 

Ma il muffin e' tenace e pian piano negli anni a venire si introdurra' nelle nostre abitudini e si fara' consumare in molte occasioni, un po' come la lingua italiana che cambia e consente l'introduzione di nuovi termini, magari non eleganti, ma presenti.
Ed ecco chiuso il cerchio: dalla lingua italiana al seno di Anita Garibaldi, agli Autogrill, ai muffins.
Molti pensieri vaganti per questo MTC 43.  























Muffin arabesco

  





















E' un muffin costruito, penso io, come se fossimo in un paese arabo o comunque del medio oriente.
Quindi abbondanza di dolcezze: ci sono datteri, mandorle, miele e pistacchi.
E c'e' un trucco, per far colare il miele al primo morso.
Questo muffin e' figlio della seconda infornata, perche' la prima mi aveva deluso.   Su Facebook avevo gia' scritto che ci avrei riprovato l'indomani,. Avevo in questa prima infornata provato diversi tipi di impasti e diverse proporzioni di ingredienti, ma un muffin mi debordava, un altro non era poi cosi' propenso a fare la sua cupola, un altro era bruciacchiato fuori e mezzo crudo dentro, e cosi' via.    Ero seccato, se fossi stato un gatto avrei frustato l'aria con la coda.
Nel frattempo mia moglie, la "props manager" mi aveva fornito, dalla sua collezione, un apposito centrino da usare come sfondo delle foto.

P.S. - Si organizzano visite alla collezione, no gruppi.




















Deluso e seccato dai risultati, dicevo.  Poi pero' ho vinto la mia innata pigrizia e mi sono organizzato per una seconda infornata.  Ho scelto la combinazione di ingredienti e relative proporzioni che mi avevano meno scontentato e ho cercato di migliorarla.
Questa volta sono rimasto soddisfatto.


























Ingredienti per 6 muffins

Secchi
180 g farina 00
70 g zucchero (semolato)
1/2 cucchiaino di bicarbonato 
1 bustina di lievito in polvere
3 cucchiai di granella di mandorle
3 cucchiai di pistacchi in pezzetti, tagliati a coltello 

Liquidi
2 uova, piu' un tuorlo, a temperatura ambiente
80 g di latte  a temperatura ambiente
75 g burro fuso
3 cucchiai di Vermouth

6 datteri, meglio se gia' sgusciati
3-4 cucchiaini di miele di Sulla 

Esecuzione 
Mescolare e setacciare gli ingredienti secchi.   A parte mescolare bene gli ingredienti liquidi, le uova vanno prima sbattute.  Il Vermouth serve per aggiungere ulteriori aromi all'impasto.  Nella prima infornata avevo usato acqua di rose, ma il risultato non mi era piaciuto.
(a forza di assaggi sono cresciuto di mezzo kg almeno).
Versare gli ingredienti liquidi su quelli secchi e mescolare rudemente e rapidamente.
Imburrare e infarinare gli stampini (devo proprio comprare lo staccatore spray).
A questo punto prendere i datteri, che, credetemi, e' meglio comprare gia' sgusciati, con le forbici tagliar via un cm di punta e nel vuoto far colare del miele di Sulla.   Questo miele e' buonissimo e piuttosto raro, meno male che ne ho un barattolone fornito dai cognati della Maremma.  Chissa' quante volte avete visto la Sulla senza sapere come si chiamasse, dettagli qui 
Il dattero e' stato usato come contenitore piu' o meno stagno per il miele, atrimenti il calore del forno avrebbe sciolto il miele e provocato un mezzo disastro.  Usando il dattero intero ho unito l'utile al dilettevole.
Versare, meglio dire spingere,  l'impasto fino a meta' altezza. Prendere un dattero e spingerlo fino in fondo, punta in basso.  Coprire con altro impasto, senza superare i tre quarti dell'altezza dello stampo. Io ho usato degli stampini di ceramica bianca piuttosto profondi.
In forno a 170-180 gradi finche' il colore vi soddisfa.   Non aprite il coperchio del forno fino a cottura avvenuta.   Indovinate perche'.....
Sfornare, sformare e lasciar raffreddare in aria libera.

























All'assaggio si e' sopraffatti dalla dolcezza dell'insieme e dal miele che cola dappertutto.   Per poter apprezzare il trucco del miele liquido questi muffins non vanno mangiati freddi, ma caldi, o al massimo tiepidi.    I pezzetti di mandorle e pistacchio che si trovano inaspettati aggiungono croccantezza e sapore.  Il Vermouth ha aromatizzato il tutto deliziosamente.    Consiglio di avvertire chi mangera' i muffin che c'e' un ripieno liquido, e caldo.
Muffin arabeschi goduriosi.

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09/11/14

Sformato e' sformato. Con pomodoro al timo


















Adesso capisco perche' lo chiamano "sformato". Non "estratto dalla forma di cottura", ma proprio "senza forma".
L'ho fatto con pomodoro e timo, ed e' venuto molto gustoso.
La prossima volta lo serviro' caldo di forno in cocottine monoporzione.  Senza sformarlo, naturalmente.

















Ingredienti, per porzione
Besciamella bastante a riempire la cocottina
100 g di pomodoro pizzutello o datterino
10 g di parmigiano grattugiato
10 gr di pecorino grattugiato
1 uovo
3 rametti di timo fresco
1 spicchio di aglio
1 cucchiaio di Olio e.v.o.
Burro e pangrattato per foderare
Cocottina diametro 7-8 cm, alta 6-7 cm

Esecuzione
Scaldare il forno a 190 gradi, statico.
Preparare una normale besciamella, ma senza noce moscata, che andrebbe a competere con il timo. Semmai abbondare leggermente di sale.
Quando e' stiepidita aggiungere un uovo, un pizzichino di sale e i formaggi grattugiati.  
Mescolare con una frusta fino ad amalgamare bene l'insieme.
In una padella mettere insieme l'olio, l'aglio tritato finissimamente e il pomodoro, preventivamente tagliato a meta' e quindi a mezzelune molto sottili.
Far andare a fuoco medio finche' il pomodoro e' quasi disfatto. Eventualmente aggiungere un cucchiaio di acqua, ma far ritirare tutti i liquidi.  Salare senza timidezza.
Il risultato deve essere cremoso, senza liquidi.
Imburrare e foderare con pangrattato la cocottina.
Versare la besciamella per un spessore di un centimetro circa.
Prendere il pomodoro e distribuirlo sulla superficie di besciamella, senza mescolare. Togliere tutte le foglioline ai rametti di timo.   Cospargere lo strato di pomodoro con meta' del timo.
Coprire con altra besciamella fino a un centimetro circa dal bordo della cocottina.   Cospargere con il resto del timo e mescolare leggermente.   
Lisciare la superficie e cospargere con poco formaggio grattugiato.
Infornare per almeno 35 minuti, badando che la superficie venga ben dorata, non troppo scura.

Servire le cocottine roventi di forno, avvertendo di non toccare.
Oppure non avvertendo, se avete ospiti antipatici.
















All'assaggio, che sulle prime e' bene sia prudente, l'insieme quasi solido  della besciamella con uovo e formaggi fornisce corposita' al boccone, mentre il sapore del pomodoro si percepisce netto, rinfrescato dall'aroma del timo.
Buono, da provare.

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01/11/14

Fettucce al burro d'olio e muddrica atturrata




















Ricetta ideata per il contest "I magnifici 6", realizzato in collaborazione con l'Associazione Nazionale Città dell'Olio il cui messaggio e' "Proteggiamo e valorizziamo la Dieta Mediterranea e con essa l'Olio Extra vergine d'Oliva.".

















Questa ricetta e' 100% vegana.  Non e' gluten free ma puo' facilmente diventarlo.
La ricetta e' ispirata ad ingredienti siciliani e percio' e' realizzata con ingredienti tipici della regione, come olio di oliva extravergine delle valli trapanesi, latte di mandorla della zona di Avola e infine con la muddrica atturrata, un classico siciliano gia' conosciuto come "il formaggio dei poveri".

Ecco il piatto appena servito....























ESECUZIONE


Muddrica atturrata

Per chi non sa cos'e' la muddrica atturrata, e per chi crede di saperlo: la muddrica e' la mollica di pane e atturrata significa abbrustolita.
Ma attenzione, non mollica fresca e nemmeno sola mollica, quindi: mollica e crosta di pane ben secco grattugiato finemente e saltato in padella con un filo d'olio aggiunto
Il segreto per un'ottima riuscita consiste nel tostare il pane grattato e solo in seguito aggiungere l'olio. Se non si fa cosi' avremo del pane fritto, untuoso, e non la vera muddrica atturrata.
Mettere in una padella un centimetro di pan grattato ben steso e nient'altro.






















Far andare a fuoco medio per 3 minuti.  Poi mescolare e controllare se la parte di sotto, quella che si e' scoperta quando si e' mescolato, e' piu' scura di quella di sopra.  Se non lo e' aspettare ancora un minuto e riprovare a mescolare.  Quando il colore scoperto dopo la mescolata e' diventato piu' scuro togliere la padella dal fuoco.




















A quel punto aggiungere a filo 2 cucchiai di olio.  Per questa particolare ricetta ho scelto dell'olio leggermente piccante, autoprodotto, per dare un'ombra di piccantezza.    Mescolare con energia, con lo scopo di far assorbire l'olio a tutta la massa e non solo a una parte.
Attenzione a non atturrare troppo la muddrica, perche' se verra' sul marrone anziche' sul biondo con tutta probabilita' sapra' di amaro.
Quando fatto spostare tutto in un piatto, perche' nella padella calda continuerebbe ad atturrarsi e si potrebbe rovinare prendendo di bruciato.   Questo e' il colore ottimale, un biondo carico.





















Burro d'olio

Io uso due diverse ricette, piu' o meno equivalenti.  Nel seguito sono descritte entrambe.
Le dosi sono per 2-3 porzioni.


Prima versione.

60 g di olio extravergine oliva DOP delle valli trapanesi
50 g di latte di mandorla della zona di Avola
Un pizzichino di sale
1/2 cucchiaino di agar agar in polvere

Unire tutti gli ingredienti nel bicchiere del minipimer.  Frullare per un paio di minuti.  Lo scopo e' emulsionare bene i due componenti, l'uno oleoso, l'altro acquoso, e sciogliere la polvere di agar agar.   L'agar agar serve per far addensare l'insieme, un po' come la lecitina di soia, che pero' a me non piace molto.  E poi trovo l'agar agar di piu' semplice utilizzo.
Versare il frullato in un pentolino e scaldare a fuoco medio-basso, mescolando spesso, fino a che inizia a sobbollire. Continuare ancora per un minuto, sempre mescolando.  Versare in un piccolo contenitore e mettere in frigo per almeno 20 minuti.


Seconda versione

60 g di olio extravergine oliva DOP delle valli trapanesi
40 g di burro di cacao puro 100%
20 g di latte di mandorla della zona di Avola
Un pizzichino di sale
3-4 gocce di succo di limone

Sciogliere il burro di cacao a bagnomaria o in microonde, a forza bassa.
Unire il burro di cacao sciolto agli altri ingredienti dentro il bicchiere del minipimer.   Lo scopo delle gocce di limone e' smorzare un poco il sapore del burro di cacao.
Versare il frullato in un piccolo contenitore e mettere nel freezer per almeno 3 ore.   Trascorso questo periodo rimettere nel minipimer e frullare bene, con lo scopo di incorporare aria.  L'ideale sarebbe usare il Pacojet, ma io non ce l'ho, e penso neanche voi.   Quando frullato riporre in frigo normale fino al momento dell'utilizzo.
Questa seconda versione e' un poco piu' macchinosa da produrre, ma il sapore e' leggermente migliore, piu' ricco, di quello della prima versione.  Gusti.


Preparazione del piatto

Cuocere la pasta in acqua salata, scolarla e mescolarla con la muddrica atturrata in una zuppiera preventivamente scaldata.   La zuppiera deve essere calda per evitare che la pasta si raffreddi, altrimenti il burro si sciogliera' con difficolta'.  Consiglio di scaldare per un paio di minuti la zuppiera nel microonde.    Quando fatto impiattare subito.



















Mettere sopra alle fettucce un bel fiocco di burro d'olio.








































Servire subito.   Il burro d'olio al calore della pasta iniziera' a penetrarla e intriderla voluttuosamente.




















All'assaggio si percepiscono bene sia l'olio che tutti gli altri sapori e profumi. 
Il burro d'olio, che via via si scioglie, rende sempre piu' fluide le fettucce mentre le si inforchettano, riempiendo del sapore dell'olio tutto l'insieme.
In bocca la muddrica aggiungera'  contrasto di consistenza e sapore di pane.
In sottofondo si apprezza un sentore di mandorle e un'ombra di piccantezza.
Un insieme decisamente saporito e sensuale.

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27/10/14

Lasagne cucinate con il cuore - E col moscato


















Quando a volte qualche ricetta non mi viene buona come dovrebbe (capita, capita) c'e' sempre chi mi dice "non c'hai messo il cuore".
In un certo senso hanno ragione, cucinare senza attenzione e passione non solo non e' piu' un divertimento, ma e' anche una mancanza di rispetto verso gli ingredienti.  Per me cucinare e' pura passione, cerco sempre di migliorare la tecnica e produrre nuovi sapori.   La passione fa fare cose strane: quando sono ai fornelli sono concentrato su quello che faccio e capita spesso che mi rivolgano la parola e io nemmeno senta.   O quando penso a una nuova ricetta, provando nella mente nuovi abbinamenti o tecniche, immaginando il risultato, scartando le combinazioni non soddisfacenti e ricominciando.  Il processo puo' durare giorni e mentre e' in corso chi mi interrompe mi provoca un vero e bruciante fastidio.    Chi l'avrebbe mai detto che uno stagionato manager, freddo nelle valutazioni e nelle decisioni, sarebbe andato a sviluppare una passione per la cucina?

Ma lasciando il cuore metaforico e venendo alla cucina pratica ecco una nuova ricetta per MTC 42: Lasagne con cuore di gallina al moscato e spezie varie.   Sono venute delle lasagne celestiali, tendenti al divino (perche' essere modesti va bene, ma in certe occasioni quando ci vuole ci vuole).
Prima di raccontare queste lasagne esponiamo il banner di rito.........



















Veramente piuttosto che con i cuori avrei voluto utilizzare il fegato di faraona, molto aromatico, seguendo il consiglio dello chef Marco Stabile, patron dello stellato Ora d'Aria.
Ma per il periodo che sto vivendo, pieno di impegni e di pensieri, mi e' mancato il tempo di fare una ricerca seria al Mercato Centrale di Firenze e temevo di non fare in tempo a presentare la ricetta all'MTC.
Percio', anziche' utilizzare fegati di altre bestiole ho pensato ai cuori di gallina.  Notoriamente i cuori non sono molto saporiti (sono puro muscolo) cosi' ho pensato di accrescere sapori e profumi in qualche altro modo.
In primis marinando i cuori con un vino molto aromatico ma non dolce.   Avevo in casa ancora una bottiglia di un Moscato superiore della langa di Barolo che mi era stato fornito per partecipare, invitato, a un contest.

















Ecco l'occasione, mi son detto, per fare qualcosa di davvero buono.   La particolarita' di questo Moscato e' di non essere dolce come lo sono altri  moscati passiti.  E' una caratteristica che lo rende perfetto per ricette salate e in abbinamento a formaggi erborinati potenti come per esempio il Roquefort, uno dei miei amori.
Per la cronaca le tre ricette che avevo presentato al contest erano: Tajarin con fegatini al Moscato e crema di Roquefort, Capesante al Moscato su crema di Roquefort, Agnello in due cotture con zenzero e crema di Roquefort al Moscato.
Un'ulteriore nota: essendo fiorentino in teoria avrei dovuto usare del Vin Santo, ma, come e' ormai da tempo, trovare del vero Vin Santo, e per vero intendo quello prodotto secondo la tradizione, e' difficile.  E  se lo si trova e' troppo dolce per come serve a me in questa ricetta.     Quindi ho utilizzato questo Moscato della langa di Barolo, che ha appena una puntina di dolcezza, e' deciso in bocca e saturo di profumi.

Torniamo al cuore e ad altre frattaglie.   Un mito che vorrei sfatare riguardo al quintoquarto e' che questo sia pieno di colesterolo, grassi e calorie.  Certo, come tutte le frattaglie anche il cuore contiene colesterolo, pero' e' tra quelle che ne contiene di meno.  Si veda sotto una interessante tabella. dove sono riportati  (per una porzione di 100 grammi) i contenuti (in milligrammi) di Colesterolo e Grassi, e le Calorie (Kilocalorie).    In rosso i valori massimi.

Frattaglia                        Colesterolo   Grassi   KCalorie

Cervello cotto                       2000+      12,7        157
Cuore di pollo cotto                231          7,2        134
Cuore di bovino cotto             274          6,0        123
Fegato di bovino cotto            385          4,4        142
Fegato di pollo cotto               746          5,5        135
Fegato di suino cotto              290          4,8        140
Lingua di bovino cotta             211        18,0        232

Come si vede il cervello di bovino ha un altissimo livello di colesterolo, molti grassi e molte Kcalorie, mentre e' la lingua quella che ha il piu' alto contenuto di grassi e di Kcalorie.  



E finalmente (ecco, Sabrina, finalmente ci siamo)......

















 Ingredienti, per persona

150 gr di cuore di pollo
1 chiodo di garofano
Un sospetto di peperoncino
2 dl di moscato buono
1 foglia di alloro
Sfoglia bastante (vedi sotto)
Besciamella bastante (vedi sotto)
Olio evo

Sfoglia: per dosi e preparazione vedi il post di Sabrina

Besciamella: per dosi e preparazione vedi il post di Sabrina  con l'unica eccezione che io sono della scuola del latte freddo, cosa che annulla il rischio di grumi.   Inoltre questa volta non ho aggiunto la noce moscata, per non interferire con gli altri aromi.


Preparazione

Il giorno prima procurare i cuori, pulirli da eventuali filamenti di grasso e cartilagini e tritarli a coltello, vedi sotto.



















Poi metterli in un recipiente insieme ad un chiodo di garofano e al moscato.  Il recipiente deve essere di dimensione adatta a che il moscato copra completamente il trito, meglio un cm in piu' che meno.   Al posto del chiodo di garofano si puo' usare (ma e' un'idea a posteriori, non ho provato) dell'anice stellato.
Coprire con pellicola trasparente e lasciare a marinare per almeno dodici ore.    Non e' necessario mettere in frigo, ma lo si puo' fare, vedete voi.




















Il giorno dopo preparare la sfoglia e la besciamella. Qua sotto una foto della sfoglia.  Lo spessore non si vede, ma era intorno al millimetro e mezzo o poco piu' (a me le sfoglie piacciono corpose).























Mentre la pasta della sfoglia riposa, in attesa di essere stesa, preparare i cuori per la farcia delle lasagne.
Scolare i cuori dal liquido di marinatura.   Gia' mentre si scola si sente salire un bel profumo, un connubio di cuori, spezie e moscato che lascia affascinati.
Gettare il chiodo di garofano e conservare il moscato della marinatura.
Far saltare i cuori tritati in olio evo insieme a un sospetto di peperoncino per due-tre minuti, facendo attenzione che il calore venga assorbito da tutti i pezzetti.  Eliminare quasi tutto l'olio e aggiungere il moscato di marinatura insieme a un pizzichino di sale e una foglia di alloro.
Far andare a fuoco medio finche' il moscato sara' quasi del tutto evaporato.  Da notare che la parte alcolica del moscato sara' evaporata, lasciando ai cuori tutti i suoi aromi (per quel che ne so in un vino come il moscato ci sono oltre 200 sostanze aromatiche dell'uva).
In definitiva abbiamo cotto i cuori in una riduzione di moscato.
Anche qui, un profumo indescrivibile.  Tenere coperto fino al momento di montare le lasagne, per non disperdere i profumi.
Cuocere i rettangoli di sfoglia e metterli a raffreddare su un canovaccio.

Tenere da parte qualche pezzetto di cuori e procedere a montare  la lasagna con: sfoglia, pezzetti di cuori al moscato, besciamella. Sopra all'ultima sfoglia mettere cuori al moscato e coprire di besciamella.    Infornare a 180 gradi (forno statico) per una ventina di minuti, o anche meno, perche' la lasagna deve risultare morbida.

Appena sfornato aggiungere sopra i pezzetti di cuori al moscato tenuti da parte.   Serviranno per aggiungere picchi di sapore, un mio trucchetto per aumentare il gradimento.


















Il profumo che si alza dalla lasagna e' qualcosa che si ricordera' nel tempo, sul serio.
All'assaggio l'uovo della sfoglia e il latteo della besciamella accarezzano il palato, mentre si sprigiona in bocca il sapore del cuore intriso di moscato insieme a tutti i profumi, concentrati nella riduzione.    I pezzetti di cuori aggiunti dopo la cottura, quando si incontrano, danno dei picchi di sapore ulteriore.
Lasagne delicate, saporose e profumate, un insieme complessivamente raffinato.

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21/10/14

Lasagne con la nduja, questione di equilibrio?



















Queste sono per la sfida MTC di questo mese, la numero 42, che richiedeva di produrre delle lasagne (ho visto cose che voi umani....).
Anzi togliamoci il pensiero ed esponiamo il banner di rito....





















AVVISO PER SABRINA: segue parte chiaccherologica, puoi saltare tranquillamente piu' sotto, a "SABRINA PUOI RIPRENDERE DA QUI".

Chi mi segue su Facebook avra' notato la foto dove c'erano due tipi di lasagne in un'unica teglia. La riproduco qua sotto, in piccolo...

















Quella foto, che era un preavviso di pubblicazione, riportava due diverse lasagne, e questo per un motivo semplice: sono pigro.
Vista la fatica necessaria a stendere la sfoglia per ogni lasagna da proporre a MTC ho pensato bene di fare una sfoglia sola, piu' grande, e da questa ottenere due diverse lasagne da pubblicare in tempi diversi.
Insomma una sfogliona per due lasagnine.
Che poi la fatica di fare una sfogliona equivalga a quella di farne due piccole e' cosa che al pigro non passa neanche per la mente.....

Di quelle due lasagne in questo post trattiamo della lasagna con la nduja.
Ingredienti, oltre a quelli classici di una normale lasagna: uno.   La nduja, appunto. 
Come in tutte le ricette che prevedono pochi ingredienti e' necessario equilibrare le proporzioni di quei pochi ingredienti in modo da ottenere l'effetto voluto.  Che poi non sia facile trovare questo equilibrio (notato il punto interrogativo nel titolo del post?) e' un'altra storia.
Prima di proseguire vi beccate un pippone sulla nduja perche' e' l'unico ingrediente e quindi e' anche giusto parlarne un po'.
(Sabrina, stai leggendo?   Ma sei curiosa, pero'....).
La nduja e' un insaccato di parti di maiale e tanto peperoncino. Tanto, ma tanto.  Il colore rosso e' dovuto proprio al peperoncino.  Patria della nduja e' la Calabria, gia' celebre per i suoi peperoncini, e dove nel paese di Spilinga si celebra ogni anno la sua festa.
L'origine del nome e' curiosa, provo a riassumerla.
Il peperoncino, essenziale per la preparazione della nduja, non e' un frutto nativo dell'Italia, ma venne introdotto dagli spagnoli nel XVI secolo, durante la loro dominazione di quel periodo.  Ma le prime notizie certe sull'utilizzo del peperoncino negli insaccati e' della fine del '700, proprio a Spilinga.  Negli anni successivi, siamo intorno al 1810, la zona di Napoli e del suo Sud era passata sotto la dominazione francese, con re Gioacchino Murat.   Il buon Gioacchino regno' su Napoli su incarico di Napoleone Bonaparte, del quale era cognato per averne sposato la sorella Carolina.   Pare che la nduja fosse molto apprezzata dal Murat, tanto da essere da parte sua oggetto di dono ad altri potenti locali.  Il Murat chiamo' quell'insaccato "andouille", che in francese vuol dire semplicemente "salsiccia".  Da quell'andouille pare sia derivato il nome attuale nduja.
All'epoca si insaccavano parti povere del maiale, come trippa, polmoni e interiora varie, chiaro utilizzo del quintoquarto.
Oggi vengono utilizzate parti piu' "nobili", come guanciale, lardello e pancetta, che, tritati e mescolati con peperoncino e sale, vengono insaccati in un budello di maiale detto "orba".
Contrariamente a quel che si potrebbe pensare la nduja non e' ipercalorica, anzi, tanto che un cucchiaio colmo da cucina contiene solo 77 calorie (KCal).
Poche, ma molto saporite: provate voi a fare un solo boccone di quelle 77 calorie !
Qui sotto ho accostato un cucchiaio, appunto, di nduja alle lasagne, giusto per mostrarne l'aspetto da vicino.




















SABRINA PUOI RIPRENDERE DA QUI

Il mio scopo era mitigare la forza piccante della nduja con i latticini della besciamella.  Come e' noto latte, yoghurt e formaggi sono le uniche cose che possono smorzare l'effetto "inferno" che si scatena in bocca quando si esagera col piccante.
Ho fatto qualche prova, sia aumentando la quantita' di besciamella rispetto a quella della nduja, che stendendo una sfoglia leggermente piu' spessa.  L'obiettivo era ridurre l'impatto del piccante, ma senza impedire di gustare i sapori di sfoglia, besciamella e della stessa nduja.  Da notare che ho aggiunto nella lasagna dei semi di finocchio macinati, e volevo che si sentisse anche quel profumo.
Sono riuscito a ottenere un giusto equilibrio e ad evitare che il piccante intormentisse il palato e permettesse cosi' di gustare gli altri sapori e profumi?  Secondo me si, anche se sono state necessarie alcune prove di dosaggio.
Il risultato e' stato comunque una lasagna piena di sapori e di profumi.  Buona.


Ingredienti

Per lasagna e besciamella vedere quanto indicato nel post di Sabrina che ha lanciato la sfida: MTChallange n. 42, Sua Maestà La Lasagna al forno

Nduja, un cucchiaio da cucina abbondante
Semi di finocchio, da macinare al momento


Preparazione

Preparare la besciamella secondo quanto indicato nel post di Sabrina sopra indicato.  L'unica differenza e' nella temperatura del latte, perche' io sono della scuola del latte freddo, anche tenuto qualche minuto in frigo, cosa che evita la formazione dei grumi.  Non ho neanche usato noce moscata perche' nel montaggio avrei usato dei semi di finocchio macinati. In attesa di usare la besciamella e' bene tenerla coperta, in modo da evitare la formazione di quell'antipatica pellicola. Se necessario travasare la besciamella in una casseruola piu' piccola, in modo da non lasciare troppa aria sopra alla superficie.  Altro modesto suggerimento: se la besciamella fosse venuta troppo fluida, o lo fosse al momento di usarla, e' sufficiente intiepidirla e frullarla col minipimer. L'effetto di rassodamento e' assicurato nel giro di un minuto.  Il suggerimento viene da uno dei miei guru, Dario Bressanini.
Preparare la sfoglia come indicato da Sabrina.    Io l'ho tenuta un pelino piu' spessa del millimetro canonico, sara' stata tra il millimetro e mezzo e i due millimetri.
Era richiesto di pubblicare una foto della sfoglia appena stesa, eccola qua sotto.  Purtroppo lo spessore non e' apprezzabile dalla foto, ma insomma fidatevi.






















 Dalla sfoglia ho formato tanti rettangoli che ho scottato in acqua, bollente ma non troppo, e successivamente passati in una pentola di acqua fredda e infine stesi su un canovaccio.
Una volta terminata la cottura ho sovrammesso i rettangoli di sfoglia cotti e ho rifilato quel cosiddetto "materasso" con un coltello affilato.  Si, perche' oltre che pigro sono anche un po' pignolo e voglio lasagne tutte uguali.

Ho scaldato leggermemnte la pasta di nduja per ammorbidirla e facilitare la successiva spalmatura.

Ho montato la lasagna nel modo classico, alternando sfoglia, pasta di nduja spalmata, semi di finocchio, macinati al momento per esaltarne il profumo, e besciamella.
Sull'ultimo strato ho aggiunto dei piccoli pezzi di nduja, giusto per il colore.  Infornato e sfornato a tempo debito



































 All'assaggio mi sono convinto della giustezza dell'equilibrio che volevo tra piccantezza e altri sapori.
Il piccante c'era, inutile negarlo, ma non sopraffaceva il sapore di uova della sfoglia e del latteo della besciamella.
Il profumo di semi di finocchio aggiungeva carattere all'insieme.
Me lo dico da solo: buonissima.    Se in seguito la nduja ha avuto il propagandato effetto Viagra, ecco, quella e' una cosa che resta in famiglia.
Alla prossima lasagna.

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04/10/14

Corno di bue turgido, farcito alla piemontese



















Tutto merito di Goffredo, mio cognato.     Lui era il notissimo pasticcere di Castiglione della Pescaia, di quelli che hanno il negozio con la fila fuori.
Poi decise di spengere la sfogliatrice e di andare in pensione, e comicio' a dedicarsi all'orto.    Siccome mio cognato non riesce a star fermo, a forza di zappettare ha di molto ingrandito quell'orto, tanto che adesso ci passa tutto il suo tempo. 
In natura quando qualcosa diventa matura lo fa tutta insieme, e ne segue che Goffredo si ritrova un surplus di ortaggi, tutti buonissimi per via della coltivazione con metodi naturali e senza chimica. 
Il surplus viene regalato a parenti e conoscenti, ed ecco che mi sono ritrovato dei peperoni "Corno di bue" tipo Carmagnola, tenerissimi e saporosi.
Siccome erano piuttosto grandi, se ne puo' benissimo proporre uno per ciascuno, come piatto unico.
Li ho preparati con un ripieno in carattere con l'origine, percio' attingendo alla tradizione piemontese.  
Sono venuti squisiti.



















 Ingredienti, per persona
1 peperone Corno di bue
80-100 gr di riso, per me qualita' Roma
1 cucchiaino di semi di cumino macinati
Un macinino
3-4 pistilli di zafferano
2 filetti di acciughe sotto sale
Capperini sotto sale
Prezzemolo

Preparazione
Tagliare la calotta del peperone, pulirla internamente e tenerla da parte. Incidere il peperone per il lungo, iniziando dal taglio della calotta e scendere fino alla punta, ma fermandosi 1 cm prima, circa.
Pulire l'interno da placenta e semi, stando attenti a non danneggiare le pareti.
Cuocere peperone e calotta a vapore.   La cottura a vapore consente di conservare tutta la loro peperonita'.
A parte cuocere molto al dente il riso in acqua salata, scolarlo e metterlo in una ciotola.  Mentre peperone e riso sono in cottura dissalare acciughe e capperini, tagliare in due o tre pezzi le acciughe e tenere tutto da parte.
Con un macinino da spezie macinare dei semi di cumino fino a riempire un cucchiaino a raso.   Tritare il prezzemolo.
Mescolare in mezzo bicchiere di acqua molto calda i pistilli di zafferano, poi versare sul riso e mescolare bene.
Aggiungere acciughe, capperini e prezzemolo e mescolare il tutto, stando attenti a non frantumare le acciughe.
Far stiepidire il peperone, allargare l'incisione e farcire con il riso speziato.   Richiudere il peperone e adagiarlo nel piatto di portata appoggiandolo sull'incisione.  Accostare la calotta, anch'essa preventivamente farcita.
Farcire bene il peperone, cosi' che sia bello turgido, perche' le cose molli e mence non fanno mai buona impressione.
Mettere del riso anche davanti all'apertura tra peperone e calotta, come se fosse una cornucopia che, aperta, elargisce i suoi tesori.
Prima di servire passare in forno o in microonde per qualche minuto in modo da servire caldo.



















E' anche piacevole a vedersi, ma, a parte questo, all'assaggio si apprezza un insieme molto saporito e profumato di spezie.
Dal dolcissimo peperone, al corposo riso, allo zafferano, al cumino -che scaldato esala un profumo meravigioso- alla sapida acciuga, ai capperini, al prezzemolo, e' tutta un'orchestrazione di sapori e profumi, dove ogni componente da' il suo contributo lasciandosi riconoscere separatamente.  Vedrete che successo, ripuliranno fino all'ultimo chicco.

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25/09/14

Riso Pilaf, curcuma, cumino e ravanelli alieni
























Stamani, avevo due ore libere, ho prodotto questa seconda proposta per MTC 41.
E' un riso Pilaf aromatizzato con curcuma e semi di cumino macinati al momento.    Di norma i semi di cumino sono usati per insaporire piatti con la carne, ma io li trovo eccezionali per dare un carattere "esotico", e sicuramente nuovo, nei primi piatti, di pasta o riso che siano.   Macinare i semi al momento e' uno dei miei trucchi, in questo modo si ottiene un profumo potente e delizioso, che si spande in tutta la cucina.   E, vantaggio collaterale, non si devono sputacchiare i semi mentre si mangia.
Il riso e' adagiato in un cestino di parmigiano (oh, la grande novita', ma non mi e' venuto in mente nient'altro) che se non altro fornira' un contrasto dolce all'amarognolo della curcuma.
L'insieme e' contornato da ravanelli intagliati, giusto per dare un po' di movimento all'occhio che guardera' la foto, e contrasto di consistenze a chi assaggera' il piatto.

Ma prima, il banner di rito.


Non so in altre parti d'Italia, ma in Toscana, o almeno nella mia parte di Toscana, perche' non si puo' mai dire, i ravanelli sono anche detti radici (beh, radici sono radici).
Li ho intagliati, cosi', tanto per rompere la forma tradizionale e dare un aspetto diverso.   Dopo intagliati mi sono sembrati dei piccoli alieni, con gli occhietti oblunghi e un po' minacciosi.    "I ravanelli alieni all'attacco del pianeta Pilaf".
Oddio, con quella forma e quelle codine hanno anche un aspetto vagamente spermatico....   

Basta divagazioni, pensiamo alla cucina.
























Ingredienti per 2 persone
180 gr di riso adatto alla cottura pilaf
30 gr di burro
Un dito di olio e.v.o. in bicchiere
1 cucchiaino colmo di curcuma in polvere
1 cucchiaino di semi di cumino macinati
350 ml brodo di verdura
Parmigiano da grattugiare
Sale

Preparazione
Tenere in caldo il brodo di verdura.  Macinare i semi di cumino fino alla quantita' sufficiente a riempire un cucchiaino.    Io preferisco sempre, o almeno quando e' possibile, macinare i vari semi aromatici al momento, per far sprigionare tutto l'aroma contenuto all'interno.   Allo scopo ho tutta una serie di macinini trasparenti con dentro i vari semi e le loro belle etichette scritte a mano.   Non sia mai che usi una spezia per l'altra.....
Portare il forno a 180-190 gradi.      Intagliare i ravanelli per il lungo, tagliando via degli spicchi affilati.  Ecco fatti i ravanelli alieni, dall'aspetto che ho anche gia' accennato.
In una padella, da 28 cm in su e a bordi alti, di quelle che possano andare in forno, o direttamente in una teglia da forno a bordi alti, far bollire del burro per un minuto, a fuoco medio-basso, aggiungere l'olio, far scaldare anche lui e versarci il riso e i semi di cumino macinati.   Far andare mescolando per una decina di minuti, per tostare il riso e farlo insaporire di cumino.   In cucina si spandera' un profumo delizioso, che puo' darsi vi richiami alla mente il medio oriente.
Aggiungere il brodo di verdura bello caldo, che dovrebbe essere in volume circa il doppio del riso, ma la quantita' dipende anche dall'attitudine ad assorbire i liquidi del riso che si e' scelto.   Aggiungere poi il cucchiaino colmo di polvere di curcuma, mescolando bene.
Portare a bollore a fuoco medio-basso, salare.  Una volta ripreso il bollore coprire e trasferire in forno, per 10-15 minuti. Anche qui dipende dalle caratteristiche del riso utilizzato.
Mentre il riso e' in forno spolverare del parmigiano grattugiato  in una larga padella, far andare qualche minuto finche' si scioglie, lasciar raffreddare un poco, sempre testando se i bordi si staccano senza che la sfoglia si rompa.
Appena possibile prendere la sfoglia, calda e flessibile, e appoggiarla su un recipiente rovesciato, cosi' che ne prenda la forma.  Il cestino di sfoglia di parmigiano non si fa per bellezza, la sua croccantezza e il suo sapore latteo sono li' per accompagnare e contrastare il riso.
Quando il riso e' pronto, ossia quando e' asciutto e si sgrana bene, toglierlo, sgranarlo tutto con una forchetta e metterlo nel cestino di sfoglia di parmigiano.
Aggiungere i ravanelli alieni come se puntassero il cestino contenente il riso e servire.























In questa preparazione, benche' ottenuta con pochi ingredienti, si possono apprezzare diversi sapori, profumi e consistenze.
All'assaggio il riso solletica la bocca con l'amarognolo appena accennato della curcuma, assieme all'acuto profumo del cumino, un'accoppiata nuova e piacevole.     Il cestino croccante fornisce il corposo latteo del parmigiano, mentre i ravanelli rinfrescano la bocca e completano il bell'insieme di consistenze, sapori e profumi.
Piatto delizioso, ve lo consiglio.

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