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12/02/17

Incursione nel Gluten Free - Biscottoni al miele farciti







Eccomi a provare anche la cucina Gluten Free, GF per gli addetti ai lavori.
Entro in questo campo per pura curiosita' e non spinto da motivi di salute o di regime alimentare.  Un'amica mi ha fatto scoprire un gruppo Facebook dedicato a questo tipo di cucina, un gruppo di oltre 600 iscritti (per la prudenza che e' d'obbligo per gli ultimi arrivati evito l'uso del termine "membri").
Come prima cosa c'e' da scegliere cosa cucinare, e siccome mancano due giorni a San Valentino, la scelta e' semplice e ruffiana: cuori.
Immagino dei biscotti di frolla di grandi dimensioni, cioe' dei biscottoni da 10 cm, accoppiati.  Farciti da una gelatina di frutta allo zenzero e glassati a specchio con della marmellata rossa, di lamponi.   Il colore rosso e' quello tradizionale con il quale vengono rappresentati i cuori, mentre per la gelatina allo zenzero il motivo e' diverso.
L'insieme di questi biscotti, della farcia e della glassa e' una metafora del matrimonio, o comunque dei rapporti tra innamorati.
Ci sono i due componenti, i dolci biscotti al miele, che perfettamente si accoppiano.  Sono sovrastati da una  rossa passione, la glassa a specchio.    Tra i due c'e' un rapporto dolcissimo e a un tempo asprigno, ossia la farcia di marmellata di limone.  Ma insieme a questo dolce c'e' anche lo stuzzicante pizzicorino dello zenzero.   C'e' tutto questo in un rapporto affettivo, quindi per San Valentino questi biscottoni farciti sono adeguati alla circostanza.

Questa era l'idea.  Poi naturalmente c'e' la realizzazaione, e qui cominciano i problemi.  Nel campo GF sono un neofita ed e' normale sbattere contro problemi tutti nuovi.  Ho fatto qualche prova e buttato nella spazzatura un paio di infornate.  Ma alla fine penso di essermela cavata decentemente,
Di sicuro i sapori e i contrasti tra di essi erano squisiti.   I biscotti, una frolla al miele, erano cosi' teneri che si scioglievano in bocca.
In conclusione, al di la' dell'aspetto esteriore, in questi biscotti di sostanza ce n'era, e tanta.  Sono soddisfatto.

Ingredienti, per 7-8 biscottoni di 10 cm
180 g di farina "Mix-it" della Schaer
70 g di burro freddo di frigo
50 g di fecola di patate
60 g di miele d'acacia
1 uovo a temperatura ambiente
1 cucchiaino di lievito senza glutine
Essenza di vaniglia
Tagliabiscotti a forma di cuore, circa 10 cm di lunghezza

Ingredienti per glassa a specchio e farcia
Marmellata di lamponi
Marmellata di limone e zenzero
2 cucchiai di acqua
2 cucchiai di agar-agar in polvere

Note
Sono partito da una ricetta tra le tante trovate in Internet e ho fatto qualche variazione, giusto per fare esperienza.
Per il primo impasto in assoluto di frolla GF non ho voluto rischiare e ho utilizzato un mix di farine gia' pronto, di una nota casa produttrice.   Sulla dose sono partito da 150 g e in corso d'opera mi sono accorto che l'impasto era troppo morbido, percio' ho aggiunto a occhio dell'altra farina e la quantita' indicata, 180 grammi, e' piu' o meno quella corretta.  Ho imparato che le farine GF assorbono meno liquidi rispetto a quelle "glutinose".
Come in tutte le frolle il burro deve essere di frigo e le uova a temperatura ambiente.
Al posto dello zucchero ho utilizzato del miele e la fluidita' di questo ha probabilmente causato l'accessiva morbidezza iniziale dell'impasto.
Per mantenere la forma a cuore dei biscotti anche durante la cottura li ho infornati ancora dentro il tagliabiscotti.   Risultato perfetto, ma ho dovuto cuocere un biscottone alla volta.
Per le marmellate ho scelto versioni bio.  Per gelificare io preferisco l'agar-agar perche' solo dosando la polvere si puo' stabilire la densita' del gel, da fluido a solido.  E se ci si sbaglia basta riscaldare di nuovo e ritentare variando le percentuali di acqua e agar-agar fino alla densita' voluta.

Esecuzione
Sul piano di lavoro preparare la classica fontana con la farina, la fecola di patate, l'essenza di vaniglia, il cucchiaino di lievito.  Aggiungere il burro tagliato a piccoli cubetti e lavorare con la punta delle dita fino ad ottenere un insieme "sabbioso".   Quindi aggiungere il miele ed amalgamare.  Infine aggiungere l'uovo e impastare finche' l'insieme non sara' liscio.  Non prolungare l'azione di impasto, altrimenti in cottura il burro verra' fuori.  Far riposare in frigo, coperto con la plastica, per almeno mezz'ora.  Se anche restasse tutta una notte in frigo non succede niente.  Portare il forno a 180 gradi, per me ventilato.
Quando si decide di formare i biscotti premere e scaldare un poco con le mani l'impasto, tagliarne un pezzo e stenderlo su un piano di lavoro infarinato utilizzando un mattarello anch'esso infarinato.
Non premere troppo col mattarello o l'impasto si crepera'.  Insomma sfiorare piano l'impasto, non schiacciarlo.
Fermarsi quando l'altezza dell'impasto e' sui 3 mm, piu' o meno.  Ungere l'interno del tagliabiscotti e premere con questo sull'impasto steso.   Sulla teglia da forno si sara' intanto steso della carta forno e la si sara' unta con del burro.   Spostare con attenzione biscotto e tagliabiscotto dal piano di lavoro alla carta forno.   Con attenzione perche' l'impasto e' molto friabile, molto.
Dopo i primi tentativi e relativi spatasciamenti ho utilizzato la spatola con cui si servono le lasagne e cosi' ho potuto trasportare biscotto e tagliabiscotto senza problemi.
La cottura avverra' con il tagliabiscotto ancora infilato nell'impasto, cosi' che questo sia forzato a mantenere la forma.   Infornare per circa 20 minuti.
Per il grado di doratura, che dipendera' anche dallo spessore al quale si e' tirato l'impasto, regolarsi a occhio.
Nella foto sotto un esemplare di biscottone appena sfornato.  E ancora sotto diversi biscottoni cotti lasciandoli tempi diversi in forno.  Tutte prove per farsi un'idea di come questo impasto reagisce al calore.









Attenzione allo sformo e al trasporto dalla placca a un piatto per il raffreddamento, perche' anche da cotti questi biscotti di frolla sono fragilissimi.  Anche qui ho usato la spatola da lasagne.

Per il montaggio occorre operare in due tempi.  Prima impostare la farcia sul biscotto inferiore, poi versare la glassa sul biscotto superiore e infine, con estrema cura, comporre l'insieme.
Per le glasse e la farcia ho proceduto come per le normali gelatine, utilizzando l'agar-agar.   Solita prassi: mettere in un pentolino, mediamente, 1 cucchiaio di acqua e 2 cucchiai di marmellata.  A seconda della densita' desiderata aggiungere 1, 2 o piu' cucchiaini di agar-agar in polvere.  Far andare a fuoco basso, mescolando, fino a una temperatura intorno agli 80 gradi, mai superiore.  Far raffreddare fino ai 30-40 gradi per versare o spalmare.
Mentre per la farcia ho gelificato fortemente, cosi' che il ripieno restasse sul biscotto inferiore e non se ne andasse in giro, per la glassa superiore la gelificazione era piu' leggera, cosi' da poter versare la glassa con un cucchiaio.
Per la farcia ho inserito il tagliabiscotti e ho delicatamente premuto la farcia.  Delicatamente, perche' premendo senza delicatezza avevo gia' frantumato due biscotti.   Dopo aver messo la farcia spostare il tutto in frigo per almeno mezz'ora, per facilitare la solidificazione.
Nel frattempo usando un cucchiaio e un po' d'attenzione versare la glassa a specchio di lamponi sul biscotto superiore.  Nella foto sottostante un tentativo di glassatura.  Si notano due diversi errori... 1) La glassa e' troppo fluida e cola ovunque, nella prova successiva ho aumentato l'agar-agar. e 2) Per spandere la glassa ho premuto troppo e ho rotto il biscotto in tre o 4 pezzi. Si vedono le linee di frattura.




Anche qui mettere in frigo per facilitare la gelificazione.
Al momento di comporre l'insieme usare la solita spatola da lasagne e niente movimenti bruschi.   L'impasto e' talmente leggero e friabile che e' facile far danni.
Quando si sbriciola le maledette briciole e l'appiccicaticcio si spandono e si attaccano dappertutto.   Io di solito dopo che ho cucinato pulisco meglio che posso, non da lasciare luccicante, ma pulito questo si'.  Ma poi arriva mia moglie (altrimenti nota come La Santa Donna) e ripulisce tutto da capo.   Mentre lo fa dice sempre "Io vorrei sapere come fai a fare tutto questo sporco".
Le mogli...





All'assaggio l'insieme di questi biscotti dona diverse (piacevolissime) sensazioni.   Intanto il corpo dei biscotti si scioglie letteralmente in bocca: sono pur sempre dei frollini a grana fine. O forse, date le dimensioni, dovrei dire frolloni.  Il miele nell'impasto si sente bene.  La glassa a specchio di lamponi, che e' cremosa e non solida, inonda la bocca col sapore di bosco.  Quando si arriva alla farcia la si sente consistente e la si deve, questa, masticare.  E qui il sapore di limone riempie la bocca, mentre lo zenzero col suo leggero pizzicore si fa sentire e stuzzica.
Una vera goduria.  Sono un po' laboriosi questi frolloni farciti, ma sono squisiti e di sicuro successo.



Con questi frolloni farciti partecipo al #GFCalendar con il miele del mese di febbraio di Gluten Free Travel & Living con la partecipazione di Cristina di … Per Incanto





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25/02/16

Bomboloni bianchi al miele -- MTC54



















Il tema di questo MTC54 e' il miele.     Io sono riuscito a produrre del Bomboloni Bianchi al Miele.  Volevo fare dei bomboloni normali, a parte l'uso del miele.   E' uscito tutt'altro, quasi per caso.
In inglese si direbbe "serendipity", nome derivato dalla fiaba persiana "I tre prìncipi di Serendippo".  Questi tre principi "per caso o per sagacia trovavano cose di cui non erano in cerca" (W. S. Lewis in: Horace Walpole's Correspondence).
Vorrei poter dire che la mia sia stata sagacia, ma il colore dei miei bomboloni e' nato quasi per caso.   Anche se quasi.
Veniamo a MTC 54: la sfida di questo mese e' stata lanciata dai vincitori dell'ultima sfida, Eleonora e Michael, del blog Burro e Miele


















Si deve, appunto, partecipare con un cibo nel quale il miele abbia un ruolo importante.
Ora, io non ho praticamente mai usato il miele in cucina.  E non solo: scopro solo adesso che esistono tanti tipi di miele, ognuno piu' adatto degli altri a specifici abbinamenti.
Per me ha fatto testo l'infografica di Dani Pensacuoca, sia subito essa insignita della menzione d'onore A.A.P. (Aiuto Ai Pivelli).







































Si, ma com'e' la storia?

Ho iniziato a documentarmi sui bomboloni.   Pare che il nome italiano derivi da "bomba", a indicare l'aspetto pienotto e il ripieno che in bocca esplode di dolcezza.  
Il nome originale e' Krapfen e indica un dolce fritto nato in Austria.   Nel Nord Italia c'e' chi lo chiama col nome originale.  Personalmente preferisco la dizione "Bombolone".
L'aspetto cicciottello si crea durante la frittura, quando il lievito dell'impasto al contatto col calore dell'olio (sui 180 gradi Celsius, mi dicono) forma anidride carbonica.   E lo fa con entusiasmo, facendo crescere il volume di circa 15 volte.
Il bombolone, una volta fritto, viene fatto rotolare nello zucchero, aggiungendone il dolce al goloso (e peccaminoso, lo vogliamo dire?) sapore di fritto.
Di solito nei post presentati a MTC gli autori tentano di ingraziarsi la giuria puntando sulle emozioni.  Citano mamme, o, molto meglio, nonne, depositarie di ricette di famiglia, trasmesse oralmente alle nuove generazioni.  Citano infanzie sognanti, magari in luoghi romanticamente oggetto di nostalgie struggenti.  Le autrici provano di tutto.
Io, che sono un cuciniere autodidatta, che sono cresciuto in un quartiere operaio, che non ho nostalgie di panorami di sogno, non posso usare tali agganci.
Mi ricordo solo che a Firenze c'era negli anni '50 e '60 una latteria-pasticceria in Via del Corso.   Molto nota e che a meta' pomeriggio, all'ora della merenda, vendeva dei golosissimi bomboloni, fritti al momento.  Erano per noi bimbetti oggetto di forte desiderio.   Cosi' tanto forte che qualcuno, qualche volta, ci piantava anche una bella bizza.
Ma se eravamo stati buoni (e noi non capivamo cosa mai volesse dire essere buoni), allora ci portavano in Via del Corso.  
Il laboratorio di pasticceria era al primo piano e la vendita al pianterreno.
I bomboloni arrivavano dal piano superiore cadendo e rotolando in una tramoggia a vista e finivano in un vassoio colmo di zucchero.
Noi  (io e altri bambini buoni) eravamo li', naso in aria, aspettando che comparisse il prossimo bombolone, lamentandoci col nonno (che era quello deputato ad accompagnarci) che "il nostro" non arrivava mai.
Ma poi, finalmente, eccolo.  Rigirato nello zucchero, appoggiato su un foglietto di carta gialla e messo, bollente, nelle nostre mani.
Allora non ci importava piu' di niente, camminavamo senza vedere o sentire niente, tutti concentrati sul sapore e attenti a non scottarci le labbra.
In quegli anni i bomboloni non erano ripieni, erano solo della pasta fritta gonfia e molto zuccherata.  Ma quanto buona....
Oggi quel negozio non c'e' piu', e' diventato un normale bar per turisti.   Vende pizze al taglio, gelati e bevande gassate.
Ci sono passato davanti giorni fa e, ecco, questa e' la mia nostalgia.

Si, ma la ricetta?

Con quel sapore ancora nei ricordi ho voluto provare a replicare quei bomboloni.
Ho investigato a lungo in Internet, dove, buono o cattivo che sia, si trova di tutto.
Ho compulsato e messo a confronto tante ricette, tutte diverse e tutte simili.    Tanti bomboloni, tutti belli gonfi e dorati.
Per questa sfida 54 ho pensato (sai che originalita') di usare il miele sia nell'impasto che nel ripieno.
Detto fatto, ho iniziato l'opera.
Ma, al solito, tra le mie teorie e la dura realta' c'e' un abisso.
I miei bomboloni non erano abbastanza gonfi, o dentro non cuocevano bene, e altro che non sto a descrivere.    Insoddisfacenti.
Va bene che io sono un noto antagonista dei lieviti, ma, insomma, si doveva migliorare.
Sono allora andato in cerca di qualcuno che i bomboloni li friggesse al momento, sperando di carpire qualche segreto.
In una cittadina vicina, Calenzano, ci sono dei centri di vendita a forte sconto allocati in ex capannoni industriali.  Ci si trova di tutto, dalle scarpe, agli articoli sportivi, agli abiti, ai giocattoli.
E c'e', furbescamente sistemato vicino all'ingresso di uno di questi capannoni, un banchetto che all'ora di merenda frigge e smercia bomboloni giganti.
La scelta del posto e' strategica, perche' i bimbi verso meta' pomeriggio hanno di nuovo fame e non ardono dalla voglia di seguire i genitori nei meandri dei capannoni.
Ecco allora che i genitori prima di entrare mettono nelle mani dei figli dei bei bomboloni bollenti e ottengono di girare tranquilli.
I figli magari all'uscita sono macchiati di unto e bianchi di zucchero, ma quelli li si puo' sempre sgridare dopo, ad acquisti fatti.
Mi sono messo vicino al banchetto, aspettando che cominciassero a friggere e osservando attentamente.
Forse il tipo avra' pensato che volessi rapinarlo o chissa' cos'altro, perche' mentre lavorava mi lanciava spesso degli sguardi di sguincio.
Cos'ho imparato?  Che l'impasto era molto piu' sottile di quello che le ricette di Internet dicevano e che l'olio di frittura era scuro e puzzolente, ma che dorava alla perfezione.
Dopo aver comprato un bombolone, giusto per non passare da molestatore, sono tornato a casa, meditabondo.
Scartato l'uso di olio scuro e puzzolente ho usato il solito olio di arachidi, ma ho ridotto lo spessore dell'impasto da friggere.
Sono venuti fuori dei bomboloni piu' o meno normali, questo si, ma privi di personalita'.
E farciti di miele erano davvero buoni, ma niente di epocale.
Allora mi son detto: vediamo che succede a ridurre ancora lo spessore della pasta.
Ed ecco cosa e' successo...






















Lo spessore davvero piccolo ha fatto si' che il calore arrivasse istantaneamente in tutta la struttura, che si e' gonfiata nel giro di tre secondi.
E, incredibile, cuocendo a perfezione l'impasto senza bisogno di dorarlo.
Ho anche provato a farli dorare, ma la prolungata esposizione dell'impasto al forte calore ne provocava la rottura.
Limitando la cottura a nemmeno mezzo minuto ho ottenuto un palloncino leggerissimo e croccantissimo.
Tolto il palloncino dall'olio con molta attenzione. perche' il limitato spessore li rende facili a incrinarsi, li ho "siringati" con miele d'acacia.   Non li ho rotolati nello zucchero perche' il miele si sentisse bene, senza interferenze.
Vedendo la foto di un bombolone aperto ho realizzato che avrei dovuto usare un miele con un colore piu' scuro, per far contrasto con l'impasto.  E magari anche un piattino con un colore che contrastasse con quelli di impasto e ripieno.
Ma tant'e', per me era sufficiente.
Bomboloni pallidi, ma capaci di far sognare.

Andiamo....

Ingredienti, per 15 bomboloni pallidi
125 g farina 00
125 g farina tipo Manitoba
30 g zucchero
1 cucchiaino di miele di acacia
30 g di burro a temperatura ambiente
3 g lievito in polvere per dolci
125 g di latte a temperatura ambiente
2 g di sale macinato al momento
1 tuorlo d'uovo di gallina, a temperatura ambiente
Buccia grattugiata di mezzo limone, oppure di mezza arancia
30 ml rum bianco

Esecuzione
Nota - Questa esecuzione e' liberamente ispirata a quella descritta da Flavia che ringrazio per l'ispirazione. 
Per prima cosa preparare una specie di lievitino: mescolare le due farine e tasferirne 60 g in una ciotola.   In questa aggiungere il lievito, 15 g di zucchero e tutto il latte.  Mescolare bene, coprire la ciotola e lasciar agire il lievito per una ventina di minuti.
Trascorso questo tempo montare il gancio a uncino in una planetaria,  versarci le farine rimanenti e far andare a bassa velocita' aggiungendo poco per volta il "lievitino".  Dopo circa cinque minuti aumentare la velocita' fino a oltre meta' e aggiungere il cucchiaino di miele, il resto dello zucchero, il rum, il tuorlo d'uovo e il pizzico di sale.
Far andare per cinque minuti, piu' o meno.   L'impasto dovrebbe a questo punto essere ben incordato e attaccato al gancio.  Ora unire il burro poco per volta e far amalgamare bene.
Staccare l'impasto dal gancio e trasferirlo in una ciotola, coprire con pellicola e lasciarlo riposare per una trentina di minuti.
Al termine trasferire la ciotola in frigo per circa 12 ore.
Al momento di friggere, intanto che l'olio si scalda (io ho usato un olio di semi di arachidi) stendere la pasta fino a uno spessore minimo, quasi trasparaente.   Non ho misurato lo spessore con un calibro, ma non arrivava a 2 mm.
Con un coppapasta da 7 cm, o con un bicchiere, tagliate dei dischi di pasta e, delicatamente e senza maneggiarli troppo, fate scivolare i dischi nell'olio caldo.   Gli esperti dicono che la temperatura dell'olio dovrebbe restare costante tra i 170 e i 180 gradi Celsius per tutto il tempo della frittura.
Io ho usato una padella  piccola e con i bordi alti, in modo che l'olio fosse alto un 4 o 5 cm.
Friggere un disco alla volta.
Appena la pasta entra nell'olio, miracolo!!, si gonfia come un pallone.   Far friggere per un minuto per lato, o anche meno.
Lo spessore della pasta da friggere e' cosi' piccolo che bastano letteralmente pochi secondi.
Diciamo che se il palloncino che si e' formato comincia a colorire vuol dire che e' troppo cotto e sicuramente si frantumera' appena lo si tocca.
Trasferire il bombolone pallido su carta assorbente, maneggiandolo con delicatezza.   E anche dopo aspettate che sia quasi freddo, se lo spostare o lo saggiate con un dito sicuramente si rompera'.
Per dire, io il primo bombolone l'ho proprio bucato con un dito mentre lo prendevo.
Una vera e propria "nuvola di bombolone".   Anzi, forse avrei dovuto chiamarla cosi', ma mi sembrava troppo pretenzioso.
Prima di friggere si sara' scaldato per pochi secondi nel microonde il miele, in modo da trasferirlo in una siringa da pasticcere e, successivamente, spremerlo nei bomboloni.
Fino a qui e' stato facile, ora viene il difficile: con la siringa trasferire una buona quantita' di miele dentro il bombolone senza che questo si rompa.
La difficolta' avra' il suo premio quando queste nuvole di bomboloni saranno assaggiate.
Qua sotto ho aperto un bombolone per far vedere il limitato spessore dell'impasto e l'enorme cupola che si e' formata e dalla quale sta colando il miele.



















All'assaggio si e' stupiti dalla leggerezza e al contempo dalla croccantezza del bombolone.
Al primo morso gia' il miele iniziera' a colare.   Un vero incanto.
Il sapore di pasta fritta si sente bene e non e' sovrastato dall'estrema dolcezza del miele, che semmai lo completa.
Un bombolone saporito ed etereo, una vera nuvola di piacere.
Provate.

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19/02/16

Tortino di cardi al miele e crema di formaggio di pecora -- MTC54

















Il tema di questo MTC54 e' il miele.  Io mi sono inventato un Tortino di cardi al miele e crema di formaggio di pecora.   Buonissimo.



















(Avvertenza: alcune foto sono state prese dalla Rete.  Ove possibile ho citato la fonte.  In caso di contestazione rimuovero')

La sfida di questo mese e' stata lanciata dai vincitori dell'ultima sfida, Eleonora e Michael, del blog Burro e Miele
Quando, come in questa sfida, il tema non e' una ricetta, ma un ingrediente, le cose si fanno difficili.   O ci si attiene a ricette tradizionali, interpretandole con licenze piu' o meno sfacciate, o invece ci si butta nell'improvvisazione.
Io ho cercato in Internet per vedere se la mia idea fosse gia' stata realizzata e fosse nota, il che l'avrebbe spostata nella categoria "tradizionali".
Non trovando niente mi sono buttato sulla sperimentazione.
Se il miele e' dolce, ho pensato, o lo si aggiunge a una preparazione gia' dolce di suo, oppure si va in cerca di un contrasto, abbinandolo a qualcosa di amaro.
Ho scelto questa seconda possibilita' e ho pensato a dei cardi.
Amarognoli, ma non amari come il carciofo.   Ho pensato, si, che nella vita i contrasti vanno bene, ma ci vuole anche equilibrio.



Generalita' sui cardi



















Oltre che per il sapore amarognolo, dovuto all'alto contenuto di ferro, i cardi sono noti per le spine, davvero pungenti e molto robuste.  Nei secoli scorsi i bulbi dei fiori venivano fatti seccare al sole, aumentando cosi' la durezza delle spine.




















Fonte: Di Didier Descouens - Opera propria, CC BY-SA 4.0, QUI

Il bulbo cosi' seccato veniva usato per districare le fibre della lana e renderle parallele, prima di filarle.   Da secoli l'operazione e' detta cardatura.  Oggi e' fatta a macchina, ma allora si utilizzavano, appunto, i cardi.
La cardatura era nota anche come scardassatura, da cui il nome di una strada tra Firenze e Prato (nota per la tessitura della lana), Via degli Scardassieri. 
Non sono sicuro, ma altre vie di citta' italiane avranno nomi simili, a ricordare la cardatura e gli operai addetti.

Una curiosita': per quanto spinosi i fiori dei cardi sono molto apprezzati dagli asini, che li divorano, spine e tutto, con golosita'.

E ancora: il fiore di cardo e' il simbolo della Scozia.  Si narra che un gruppo di guerrieri scozzesi, che si erano addormentati durante la guardia notturna, riuscirono a evitare l'imboscata dell'esercito norvegese perché uno dei nemici calpestò una pianta spinosa.
Le grida di dolore, e le conseguenti bestemmie in norreno, causarono il risveglo dei guerrieri scozzesi che alla fine respinsero gli invasori.
Il fiore di cardo fu poi adottato come simbolo nazionale, ed e' un simbolo importante dell'araldica scozzese da oltre 500 anni. Rappresenta anche una delle più alte onorificenze che il Paese può assegnare a un individuo. Fondato da Giacomo III nel 1687, il Molto Reverendo Ordine del Cardo è un ordine cavalleresco conferito a coloro che hanno offerto un contributo importante alla vita della Scozia e del Regno Unito.
Solo Sua Maestà la Regina può investire qualcuno dell'Ordine del Cardo, un'onoreficenza seconda per importanza solo a quella dell'Ordine della Giarrettiera.
Il motto latino dell'Ordine del Cardo e' NEMO ME IMPUNE LACESSIT, ossia nessuno mi attacca impunemente.
(dal sito visitscotland.com)

I perche' della ricetta

Il cardo e' stato scelto perche' col suo sapore amarognolo (dovuto all'alto contenuto di ferro) contrastasse bene con l'esuberanza di dolce del miele.
Premetto che col miele non ho molta dimestichezza, sara' perche' mi trovo piu' a mio agio con gli ingredienti salati.  Se ricordo bene tra tutte le ricette che ho pubblicato in questo blog ho adoperato il miele solo una volta, per un Dessert Afrodisiaco, QUI
Ma questa e' un'altra storia.
Come tipo di miele ho scelto quello ottenuto da fiori di timo, in modo da dare un risultato profumato.  In piu', dopo la cottura i cardi sono stati cosparsi di foglioline di timo fresco, per esaltare ulteriormente il profumo.
Per dare cremosita' al risultato si sono usate fette sottilissime di formaggio pecorino, in modo che si sciogliessero in cottura. 
La cremosita' serve anche per formare un contrasto con la durezza naturale dei cardi.
Per mitigare quella naturale durezza i cardi sono stati preventivamente cotti in acqua bollente, acidulata con succo di limone per prevenire l'ossidazione e il conseguente annerimento.
Si e' scelto di produrre un tortino, con strati alternati di cardi, miele e formaggio; e di cuocere tutto in forno.
La teglia e' stata oliata, non imburrata, e cosparsa con pane grattato, non con farina.  Questa scelta aveva come obiettivo di limitare i grassi e anche di evitare che questi imbibissero la farina.  Il pane grattato in forno si abbronzera', aggiungendo un gradevole sapore di tostatura.


Ingredienti per 4 persone
2 cardi giovani, non troppo grandi
5 cucchiai da cucina di miele da fiori di timo
100 g di formaggio pecorino stagionato non piu' di tre mesi
2 limoni
Olio e pane grattato per preparare la teglia da forno
Un pizzico di foglioline di timo fresco

Esecuzione
Scegliere cardi giovani e non troppo grandi. Ecco qua sotto un esempio
























Separare i gambi e togliere foglie e spine. Poiche' le spine, oltre che pungenti, sono dure e ben annidate tra gambo e foglie e' opportuno pulire i gambi con un coltello.   Infine togliere con pazienza i fili, proprio come si fa con i sedani.



















In una pentola capiente versare abbondante acqua e acidificarla col succo di due limoni.  Inoltre aggiungere le due meta' di uno dei due limoni, cosi' da aggiungere anche il profumo della scorza.   Salare l'acqua senza timidezza.


















Tagliare i gambi a misura della teglia e aggiungerli nella pentola. Portare a bollore e far bollire per circa trenta minuti.   Avrei dovuto aggiungere "o finche' i cardi saranno teneri", ma inutile farsi illusioni.  I cardi duri sono e duri resteranno.
















Mentre i cardi sono in pentola preparare la teglia per il forno, ungendo fondo e pareti con olio e cospargendo con pane grattato.


















Tagliare anche il formaggio a fette molto sottili, quasi trasparenti.  Scolare i cardi e asciugarli al meglio.  
Versare il miele in un piattino.  Se apparisse duro e poco malleabile scaldarlo qualche secondo nel microonde.
Fare un primo strato di cardi sul fondo della teglia e spennellare abbondantemente col miele reso fluido.
Coprire con le fettine di formaggio.
Formare altri strati, cosi' composti, fino a fine dei gambi.
A questo punto si doveva decidere cosa aggiungere sopra l'ultimo strato.  Si sarebbe potuto, ad esempio, cospargere di pane grattato e magari versarci sopra un filo d'olio.
Io ho optato per non aggiungere niente, ma le prossime volte aggiungero' pane grattato e filo d'olio, penso che il tutto sara' piu' saporito.   E si evitera' di vedere parti bruciacchiate e non.
Per carita', il risultato e' buonissimo in bocca, ma non esaltante agli occhi.  Quasi un peccato mortale per una partecipazione a un contest.
Pazienza, sia quel che sia.   Personalmente sono contento anche cosi'.

















All'uscita dal forno cospargere la teglia con le foglioline di timo fresco.   Servire caldissimo.
All'assaggio i cardi si presentano ancora belli croccanti.   Il miele si sente, ma senza prevalere.   L'equilibrio tra dolce ed amaro mi e' risultato perfetto.
In sottofondo si percepisce l'acidulo del limone usato nella bollitura, acidulo che e' penetrato nel corpo dei gambi.  Si sente, ma non disturba.
E, nonostante si sia ancora in inverno, che e' stagione di raccolta dei cardi, il profumo di timo ci trasporta nel sole mediterraneo.
Sono davvero contento degli equilibri tra tutti gli ingredienti e dei contrasti risultanti.   Molto bene.

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16/11/14

MTC 43, muffins e pensieri vaganti

























NOTA - Questo post e' un classico esempio di brain storming, dove il pensiero salta da un ricordo, a un'immagine, a qualcuno, a una musica, a una frase ascoltata per caso, a un luogo dove siamo stati.
E' cosi' che il cervello lavora, per associazioni.  Ed e' cosi' che ho scritto questo post, partendo dalla lingua italiana per arrivare ai muffins.

Chi mi conosce sa che tengo moltissimo ad un uso corretto della lingua italiana.  Mia moglie (gia' nota come La Santa Donna, per la pazienza che esercita con me) si stizzisce quando la correggo mentre mi parla.  Lo faccio senza pensarci, e' piu' forte di me.  Eppure in tutti questi anni avrei dovuto imparare che non le piace essere corretta e' che e' meglio tenere la bocca chiusa.  
Quante volte sara' capitato a voi di pensare: "Acc... se fossi stato zitto"?   Ecco, a me capita spesso.


All'accorruomo in via Durini

Prima di spiegare cosa c'entrano i muffins con la lingua italiana devo riportarvi un pezzo delizioso sul mutare della lingua.    E' stato scritto da Felix Dessi' nel 1962.
Questo signore, oltre ad essere un noto letterato milanese e ottimo traduttore (mestiere arduo, e misconosciuto, spiace dirlo) e' anche autore di un libro di ricette pubblicato nel 1955, "La signora in cucina" e quindi citarlo in un un blog di cucina e' quanto mai appropriato.
Sul mutare della lingua italiana, dicevo.    Ecco il pezzo, godetevelo.

Da un quotidiano, in questi giorni (1962):

SCIPPO FALLITO IN VIA DURINI

Nel tardo pomeriggio di ieri, appena uscita dall'ufficio dove lavora, la diciottenne Maria Grazia D. stava percorrendo il marciapiede di Via Durini, quando è stata scippata della borsa da un ragazzo in motorino.
Bloccato in qualche modo dai passanti, il malvivente è stato preso a pugni e calci da una folla inferocita.  Restituita la borsa alla vittima, lo scippatore ha poi tentato di impietosirla, sperando di facilitare il suo rilascio.
Maria Grazia D. si è dimostrata irremovibile, e lo scippatore è stato preso in consegna da una volante della Polizia, sopraggiunta nel frattempo.

Ed ecco come il cronista avrebbe potuto descrivere lo stesso fatto di cronaca, se  avesse avuto alle spalle buoni studi, e avesse fatto tesoro degli insegnamenti ricevuti dai suoi professori di Lettere.

ALL' ACCORRUOMO IN VIA DURINI

Iersera, mentre il Sole si avviava rosseggiando all'occàso e con gli ultimi rài saettava le nubi dorate, una giovin donzelletta, Maria Grazia D., che volge sul finir dei diciott'anni, avendo posto termine alla sua laboriosa giornata nell'uffizio di scritttura ov'è con altre a lei simiglianti impegnata, si avviava lieta in core al focolare, ove l'attendea la pia madre dal bianco crine.
Transitava ella lungo il marciapiedi di via Durini, costeggiandone quasi il ciglio, tutta assorta nei suoi innocenti pensieri, quando un giovinastro, uno di quei scapestratelli, teppisti appellati nella metropoli lombarda, le si avvicinò fianco a fianco sul suo rombante biciclo a motore e ratto, con lesta mano a tali delitti adusa le strappò la bolgetta che pendeale da una cigna lungo l'anca.
Riscossa dal sogno al rumor della correggia strappata, la donzelletta si sbiancò in viso, poi divenne di fiamma. Ventimila lire contenea la bolgetta, ventimila lire di sudati risparmi, che raggranellato ella aveva giorno per giorno, onde comprar nastri, pizzi e merletti dalla crestaia, per adornarsi alla festa del Santo Patrono e così apparire più bella agli occhi degli onesti garzoni.
- All'accorruomo! - gridò la giovinetta.
Aita! Aita!  Fermate quel garzone che la bolgetta mia involò!  Guardate messeri la correggia strappata, che con il suo rumore mi riscosse dal dolce sogno della madre antica!
Una folla uscì dalle case, un capannello si formò per la strada. Gli uomini correvano alla riscossa, le donne facevano strepito.  Un sergente di città. afferrato il suo fischio d'argento, modulò il richiamo della legge.
Accorreano le guardie.
Invano il giovinastro tentò di fuggire.  Per i malvagi non c'è salvezza!  Un semaforo mutò il verde in rosso e lo costrinse a fermarsi.  Mille mani lo afferrarono, mille pugni lo contusero.
Lacero e pésto fu consegnato alle guardie.
La donzelletta, stringendo al seno la bolgetta dalla correggia infranta, che mani pietose le avevano restituito, guardò con occhi ancora umidi di pianto, il giovinastro condotto agli ergastoli.
- Perdonami, bella fanciulla innocente, perdona la correggia strappata, perdona la bolgetta involata! le gridò il giovinastro da lontano.  E' stata la fame a spingere la mia mano, è stata la fame che obnubila la mente, e non la malvagità del cuore!
- Io ti perdono, rispose ella con un mesto sorriso, ma potrà mai perdonarti la legge?
E, scuotendo il capo, avviossi verso il focolare.


Avete appena letto un bell'esempio di come la lingua, quella italiana come qualunque altra, beninteso, possa cambiare con il passare del tempo.  
Lo stile si alleggerisce, si tende alla sintesi e nascono nuove parole, come “scippo” e “motorino”.
Mentre io non scriverei mai nello stile de "All'accorruomo in Via Durini", potrei invece avere da ridire su come scrivono certi giornalisti, anche se bisogna conceder loro che sono tiranneggiati dal poco spazio disponibile in pagina.  

E tralascio pietosamente gli sfondoni di certi giornalisti televisivi, all'occasione anche dediti all'assassinio di congiuntivi, per me motivo di dannazione eterna tra le fiamme.

Il Prof. Vannucci

A proposito di stile: ognuno di noi nello scrivere ha il suo, il mio si e' formato principalmente  negli anni delle superiori, dove ho studiato e sudato col Professor Marcello Vannucci.  

Noto dantista, amico di Montale e di Saviane, direttore di riviste, scrittore fecondo (oltre venti libri su Firenze nei secoli e sui suoi personaggi) era temuto e adorato dai suoi studenti.     Temuto in quegli anni, ricordato con  blanda nostalgia negli anni successivi.
I suoi giudizi sul nostro operato erano sempre “stitici”, come dicevamo noi, ma impeccabilmente giusti.

Era abilissimo nello scoprire chi si applicava e chi no, chi imparava a memoria (un “lazzarone mentale”) e chi invece ci aveva riflettuto, e in quale misura.     Ricordo ancora come, dopo aver ascoltato un allievo che non lo aveva convinto, se ne uscisse con il temuto “Me lo ripeta con altre parole”. 
E li' c'era poco da fare, o avevi padronanza dell'argomento o crollavi.   
Ci spremeva.  Per il nostro bene, diceva lui.
A volte negli ultimissimi minuti, quando gia' ricominciavamo a respirare, ci tirava la mazzata: “Per la prossima volta portatemi due paginette su....”.   Poteva essere qualunque cosa, mi ricordo ad esempio de “... gli ideali: sono utili o dannosi?”.
Leggeva poi tutte le paginette e la volta ancora successiva chiamava qualcuno e: “Il suo approccio non mi e' dispiaciuto, me lo riesponga, approfondendo i concetti”.     Tutto faceva media, col Prof. Vannucci.
Sopportava il programma ministeriale perche' doveva, ma era sempre in cerca del modo migliore per incuriosirci, imbarazzarci e forzarci cosi' ad aprire la mente.  

Una volta ci incuriosi' col fatto che “A Garibaldi piacevano le donne, e ne ebbe diverse, col seno voluminoso.  Anita non faceva eccezione”.   
Per imbarazzarci tirava dei colpi improvvisi, indicando qualcuno:  “Perche', secondo lei, scoppiano le guerre?”.  Oppure: “Che ne pensa del Carducci?”    A lezione di Lettere avevi voglia di imparare il Natalino a memoria....  (il Sapegno, per quelli dello Scientifico).
Tollerava i neologismi, in favore del concetto che la lingua cambia, ma non sopportava le esagerazioni, tanto che un allievo che, povero lui, scrisse “cervelloticamente” fu impietosamente segato.  Fu poi salvato, in sede di giudizio annuale, perche' andava bene nelle altre materie.
i' Vannucci”, come lo chiamavamo noi e' mancato nel 2009, adesso lo ricordo, e non solo io, con affetto.
A sua gloria basti ricordare che i suoi allievi erano sempre i migliori della scuola. 
















Accademia della Crusca e social networks

La lingua cambia, dicevo, e non e' semplice tenere un giusto equilibrio, tra un passato immobile e il futuro che spinge.    Questo esercizio d'equilibrio lo fa, da secoli, l'Accademia della Crusca.   Che non e' un sinedrio di professoroni attaccati al passato, ma, al contrario, e' vivace attrice anche in Internet.  Per aiutare e consigliare chi avesse dubbi sul buon uso della lingua.  Peggio sta chi non ha dubbi.  L'amica Vera Gheno cura la sezione Twitter dell'Accademia con notevole successo, tanto che ad oggi l'Accademia ha oltre 20.000 followers.   Qui una sua recente intervista  e qui un articolo su Wired, incredulo del connubio tra Accademia e social network  




Si, ma cosa c'entra tutto questo con i muffins?

C'entra, perche' io vedo i muffins come un esempio di scrittura giornalistica.

Non rifinita, a primo sguardo;  un po' grezza all'interno;  ma comunque adatta a un veloce consumo.
Altri sono i dolci piu' adatti ad un consumo posato,  penso a certi dolci francesi, raffinati fino all'inverosimile e pertanto meritevoli di rispetto e concentrazione nel gustarli.
Quindi, almeno per me, i muffins sono rozzi e vigorosi, un po' come certi americani con cui ho lavorato. 

Del resto nel Sud degli Stati Uniti i muffins venivano preparati dalle cuoche padronali per essere consumati dalla servitu', quindi con pochi semplici ingredienti, e in fretta, senza tanti preziosismi.   Solo in seguito i padroni di casa, e poi le massaie comuni, li adottarono, come veloci peccatucci di gola e come dolcetti tuttofare.
Chissa' perche' quando penso ai muffins e agli USA mi vengono alla mente certe caffetterie americane, tipo quella raffigurata da Ted Hopper, uno dei miei pittori preferiti, nel suo archetipico dipinto "Nighthawks", nottambuli, qui sotto.
 














Sicuramente oltre al caffe' e alle classiche fette di torta con gelato in quella caffetteria  avranno servito anche i muffins,  saranno li', sotto la loro campana di vetro.  Ma le persone presenti sembrano limitarsi al caffe', o forse no, forse l'uomo di spalle ha davanti a se' le briciole di un muffin, segno di un momento che e' passato.  E chi saranno le persone che a notte fonda siedono in  quella caffetteria?    Cosa le ha portate li'?  
La donna, e' un po' annoiata, guarda qualcosa che ha in mano.   L'uomo accanto a lei tiene la sigaretta bassa, ha appena detto qualcosa all'addetto notturno e questo gli sta rispondendo.  Parleranno di sport, tanto per far muovere un'ora di stanca?  Chi vincera' quest'anno, i Mets?   I Dodgers? O i Tampa Bay?
E' notte tarda, fuori della caffetteria.    Che ora sara'?   
Indubbiamente Edward “Ted” Hopper era un maestro nel cogliere istanti di realta'.    Cosa non darei per un suo quadro in originale, in casa ho solo delle stampe.
Nei quadri di Ted Hopper i muffins non sono mai raffigurati, ma potrebbero esserci, a buon titolo, e possiamo tranquillamente immaginarli.
 

A vederli nella realta', i muffins hanno un che di carnale.   Invogliano al consumo, che avverra' a morsi, quasi con volutta'.   Il nome, almeno nel volgare USA, ha anche una connotazione sessuale.   Riporto una definizione, ma senza tradurla:A girls vagina - Many different kinds, like blueberry (shaved), buttered (with cum), and many more”. 
Donne e muffins.....      Ma non c'e' bisogno di involgarirsi, basta guardarle, le donne, come diceva anche Jack Kerouac in  Desolation angels: "Scoppieranno guerre per gli occhi delle donne".    O anche come diceva anni prima William Shakespeare: "Dagli occhi delle donne derivo la mia dottrina: essi brillano ancora del vero fuoco di Prometeo, sono i libri, le arti, le accademie, che mostrano, contengono e nutrono il mondo". 
Non c'e' dubbio che gli occhi di una donna contengano tutto, ma anche quello che c'e' intorno vale.  Pensavo a quanto piace a noi ometti esibire al nostro fianco una bella donna.  Accompagnarla sotto gli sguardi di tutti, con la mano che accarezza la curva della sua vita.  Ci piace, eccome.   

E adesso, proprio per questo, sto pensando a Wonderful tonight, di Eric “slow hand” Clapton.
Sapete, anni fa pensavo all'aspetto della donna che avrei sposato, la immaginavo alta, molto alta, un tipo irlandese, capelli rossi, pelle cruscosa, cosce nervose, occhi verdi.      La vita ci porta poi su sentieri diversi, la mia consorte e' piccolina e con gli occhi di un caldo marrone.  Ci sto benissimo ormai da tanti, tanti anni, e la esibisco volentieri e con orgoglio. 
La mia consorte.... termine desueto, ma che mi piace molto, letteralmente “che divide la stessa sorte”.
Zuccheroso per zuccheroso torno a parlare di muffins.    Mi torna spesso in mente una scenetta alla quale, anni fa, assistevo ogni volta che mi fermavo a far colazione in qualche Autogrill.   

Per qualche anno ho fatto il venditore (oggi lo chiamano "Business Account Manager", ma sempre venditore e') e ho macinato in autostrada tanti di quei chilometri che ho ancora negli occhi la linea tratteggiata che mi viene incontro.     Qui emerge un'altra citazione, ancora da Jack Kerouac, nel suo famoso On the road: "....dovevamo ancora andare lontano. Ma che importava, la strada e' la vita". 
Sulla strada avevo il tempo di riflettere, ma c'era anche il tempo delle pause all'Autogrill: gasolio, toilette, colazione all'alba con cappuccino e brioche.     Ho un po' di nostalgia per quella vita: ore di autostrada per vedere di persona il direttore del major account e, dopo la stanchezza di alzataccia e ore di guida, guardarlo in faccia, concentrarsi per leggere le sue reazioni e convincerlo a chiudere il contratto.  

Vita anche randagia, anche solitaria, ma con un suo fascino: essere solo nella notte che sta scolorando, in attesa che arrivi la tua stazione di servizio preferita.
In quegli anni la direzione degli Autogrill tento' di introdurre i muffins al posto del classico cornetto, i maligni affermando che, mentre i muffins potevano essere conservati a lungo, i cornetti dovevano essere passati in forno durante il servizio del mattino e quindi consumavano tempo e energia elettrica.  

"Passati in forno”: si, vabbe', li toglievano dal frigorifero e li schiaffavano in fornetti che giudicare lerci era far loro un complimento.  
Sempre i maligni facevano presente che il succo d'arancia era industriale, gia' pronto, mentre il cappuccino doveva essere fatto al momento, con consumo di tempo ed energia elettrica.
Comunque sia, per un certo periodo le cassiere ripetevano ad ogni acquirente della fila: “Con un piccolo supplemento Le diamo un muffin e del succo d'arancia”.  Forse qualcuno di voi leggendo queste righe se ne ricordera'.  Se e' cosi' si ricordera' anche che tutti (salvo rarissimi casi nei quali qualcuno voleva fare il fighetto) rispondevano “No, va bene cappuccino e cornetto”.   

Insomma tutti, praticamente, rifiutavano; e dopo non molto la direzione e le cassiere, con loro sollievo, rinunciarono a proporre l'offerta.  
A me, come a molti altri, sentire tutte le volte quella litania alla quale rispondere invariabilmente “No” dava piuttosto fastidio. 

Certe volte mi immaginavo che al cominciare de “Con un piccolo supplemento....” tutti i clienti presenti si voltassero verso la cassa e gridassero forte all'unisono: NO 

Ma il muffin e' tenace e pian piano negli anni a venire si introdurra' nelle nostre abitudini e si fara' consumare in molte occasioni, un po' come la lingua italiana che cambia e consente l'introduzione di nuovi termini, magari non eleganti, ma presenti.
Ed ecco chiuso il cerchio: dalla lingua italiana al seno di Anita Garibaldi, agli Autogrill, ai muffins.
Molti pensieri vaganti per questo MTC 43.  























Muffin arabesco

  





















E' un muffin costruito, penso io, come se fossimo in un paese arabo o comunque del medio oriente.
Quindi abbondanza di dolcezze: ci sono datteri, mandorle, miele e pistacchi.
E c'e' un trucco, per far colare il miele al primo morso.
Questo muffin e' figlio della seconda infornata, perche' la prima mi aveva deluso.   Su Facebook avevo gia' scritto che ci avrei riprovato l'indomani,. Avevo in questa prima infornata provato diversi tipi di impasti e diverse proporzioni di ingredienti, ma un muffin mi debordava, un altro non era poi cosi' propenso a fare la sua cupola, un altro era bruciacchiato fuori e mezzo crudo dentro, e cosi' via.    Ero seccato, se fossi stato un gatto avrei frustato l'aria con la coda.
Nel frattempo mia moglie, la "props manager" mi aveva fornito, dalla sua collezione, un apposito centrino da usare come sfondo delle foto.

P.S. - Si organizzano visite alla collezione, no gruppi.




















Deluso e seccato dai risultati, dicevo.  Poi pero' ho vinto la mia innata pigrizia e mi sono organizzato per una seconda infornata.  Ho scelto la combinazione di ingredienti e relative proporzioni che mi avevano meno scontentato e ho cercato di migliorarla.
Questa volta sono rimasto soddisfatto.


























Ingredienti per 6 muffins

Secchi
180 g farina 00
70 g zucchero (semolato)
1/2 cucchiaino di bicarbonato 
1 bustina di lievito in polvere
3 cucchiai di granella di mandorle
3 cucchiai di pistacchi in pezzetti, tagliati a coltello 

Liquidi
2 uova, piu' un tuorlo, a temperatura ambiente
80 g di latte  a temperatura ambiente
75 g burro fuso
3 cucchiai di Vermouth

6 datteri, meglio se gia' sgusciati
3-4 cucchiaini di miele di Sulla 

Esecuzione 
Mescolare e setacciare gli ingredienti secchi.   A parte mescolare bene gli ingredienti liquidi, le uova vanno prima sbattute.  Il Vermouth serve per aggiungere ulteriori aromi all'impasto.  Nella prima infornata avevo usato acqua di rose, ma il risultato non mi era piaciuto.
(a forza di assaggi sono cresciuto di mezzo kg almeno).
Versare gli ingredienti liquidi su quelli secchi e mescolare rudemente e rapidamente.
Imburrare e infarinare gli stampini (devo proprio comprare lo staccatore spray).
A questo punto prendere i datteri, che, credetemi, e' meglio comprare gia' sgusciati, con le forbici tagliar via un cm di punta e nel vuoto far colare del miele di Sulla.   Questo miele e' buonissimo e piuttosto raro, meno male che ne ho un barattolone fornito dai cognati della Maremma.  Chissa' quante volte avete visto la Sulla senza sapere come si chiamasse, dettagli qui 
Il dattero e' stato usato come contenitore piu' o meno stagno per il miele, atrimenti il calore del forno avrebbe sciolto il miele e provocato un mezzo disastro.  Usando il dattero intero ho unito l'utile al dilettevole.
Versare, meglio dire spingere,  l'impasto fino a meta' altezza. Prendere un dattero e spingerlo fino in fondo, punta in basso.  Coprire con altro impasto, senza superare i tre quarti dell'altezza dello stampo. Io ho usato degli stampini di ceramica bianca piuttosto profondi.
In forno a 170-180 gradi finche' il colore vi soddisfa.   Non aprite il coperchio del forno fino a cottura avvenuta.   Indovinate perche'.....
Sfornare, sformare e lasciar raffreddare in aria libera.

























All'assaggio si e' sopraffatti dalla dolcezza dell'insieme e dal miele che cola dappertutto.   Per poter apprezzare il trucco del miele liquido questi muffins non vanno mangiati freddi, ma caldi, o al massimo tiepidi.    I pezzetti di mandorle e pistacchio che si trovano inaspettati aggiungono croccantezza e sapore.  Il Vermouth ha aromatizzato il tutto deliziosamente.    Consiglio di avvertire chi mangera' i muffin che c'e' un ripieno liquido, e caldo.
Muffin arabeschi goduriosi.

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