NOTA - Questo post e' un classico esempio di brain storming, dove il pensiero salta da un ricordo, a un'immagine, a qualcuno, a una musica, a una frase ascoltata per caso, a un luogo dove siamo stati.
E' cosi' che il cervello lavora, per associazioni. Ed e' cosi' che ho scritto questo post, partendo dalla lingua italiana per arrivare ai muffins.
Chi mi conosce sa che tengo moltissimo ad un uso corretto della lingua italiana. Mia moglie (gia' nota come La Santa Donna, per la pazienza che esercita con me) si stizzisce quando la correggo mentre mi parla. Lo faccio senza pensarci, e' piu' forte di me. Eppure in tutti questi anni avrei dovuto imparare che non le piace essere corretta e' che e' meglio tenere la bocca chiusa.
Quante volte sara' capitato a voi di pensare: "Acc... se fossi stato zitto"? Ecco, a me capita spesso.
All'accorruomo in via Durini
Prima di spiegare cosa c'entrano i muffins con la lingua italiana devo riportarvi un pezzo delizioso sul mutare della lingua. E' stato scritto da Felix Dessi' nel 1962.
Questo signore, oltre ad essere un noto letterato milanese e ottimo traduttore (mestiere arduo, e misconosciuto, spiace dirlo) e' anche autore di un libro di ricette pubblicato nel 1955, "La signora in cucina" e quindi citarlo in un un blog di cucina e' quanto mai appropriato.
Sul mutare della lingua italiana, dicevo. Ecco il pezzo, godetevelo.
Da un quotidiano, in questi giorni (1962):
SCIPPO FALLITO IN VIA DURINI
Nel tardo pomeriggio di ieri, appena uscita dall'ufficio dove lavora, la diciottenne Maria Grazia D. stava percorrendo il marciapiede di Via Durini, quando è stata scippata della borsa da un ragazzo in motorino.
Bloccato in qualche modo dai passanti, il malvivente è stato preso a pugni e calci da una folla inferocita. Restituita la borsa alla vittima, lo scippatore ha poi tentato di impietosirla, sperando di facilitare il suo rilascio.
Maria Grazia D. si è dimostrata irremovibile, e lo scippatore è stato preso in consegna da una volante della Polizia, sopraggiunta nel frattempo.
Ed ecco come il cronista avrebbe potuto descrivere lo stesso fatto di cronaca, se avesse avuto alle spalle buoni studi, e avesse fatto tesoro degli insegnamenti ricevuti dai suoi professori di Lettere.
ALL' ACCORRUOMO IN VIA DURINI
Iersera, mentre il Sole si avviava rosseggiando all'occàso e con gli ultimi rài saettava le nubi dorate, una giovin donzelletta, Maria Grazia D., che volge sul finir dei diciott'anni, avendo posto termine alla sua laboriosa giornata nell'uffizio di scritttura ov'è con altre a lei simiglianti impegnata, si avviava lieta in core al focolare, ove l'attendea la pia madre dal bianco crine.
Transitava ella lungo il marciapiedi di via Durini, costeggiandone quasi il ciglio, tutta assorta nei suoi innocenti pensieri, quando un giovinastro, uno di quei scapestratelli, teppisti appellati nella metropoli lombarda, le si avvicinò fianco a fianco sul suo rombante biciclo a motore e ratto, con lesta mano a tali delitti adusa le strappò la bolgetta che pendeale da una cigna lungo l'anca.
Riscossa dal sogno al rumor della correggia strappata, la donzelletta si sbiancò in viso, poi divenne di fiamma. Ventimila lire contenea la bolgetta, ventimila lire di sudati risparmi, che raggranellato ella aveva giorno per giorno, onde comprar nastri, pizzi e merletti dalla crestaia, per adornarsi alla festa del Santo Patrono e così apparire più bella agli occhi degli onesti garzoni.
- All'accorruomo! - gridò la giovinetta.
Aita! Aita! Fermate quel garzone che la bolgetta mia involò! Guardate messeri la correggia strappata, che con il suo rumore mi riscosse dal dolce sogno della madre antica!
Una folla uscì dalle case, un capannello si formò per la strada. Gli uomini correvano alla riscossa, le donne facevano strepito. Un sergente di città. afferrato il suo fischio d'argento, modulò il richiamo della legge.
Accorreano le guardie.
Invano il giovinastro tentò di fuggire. Per i malvagi non c'è salvezza! Un semaforo mutò il verde in rosso e lo costrinse a fermarsi. Mille mani lo afferrarono, mille pugni lo contusero.
Lacero e pésto fu consegnato alle guardie.
La donzelletta, stringendo al seno la bolgetta dalla correggia infranta, che mani pietose le avevano restituito, guardò con occhi ancora umidi di pianto, il giovinastro condotto agli ergastoli.
- Perdonami, bella fanciulla innocente, perdona la correggia strappata, perdona la bolgetta involata! le gridò il giovinastro da lontano. E' stata la fame a spingere la mia mano, è stata la fame che obnubila la mente, e non la malvagità del cuore!
- Io ti perdono, rispose ella con un mesto sorriso, ma potrà mai perdonarti la legge?
E, scuotendo il capo, avviossi verso il focolare.
Avete appena letto un bell'esempio di come la lingua, quella italiana come qualunque altra, beninteso, possa cambiare con il passare del tempo.
Lo stile si alleggerisce, si tende alla sintesi e nascono nuove parole, come “scippo” e “motorino”.
Mentre io non scriverei mai nello stile de "All'accorruomo in Via Durini", potrei invece avere da ridire su come scrivono certi giornalisti, anche se bisogna conceder loro che sono tiranneggiati dal poco spazio disponibile in pagina.
E tralascio pietosamente gli sfondoni di certi giornalisti televisivi, all'occasione anche dediti all'assassinio di congiuntivi, per me motivo di dannazione eterna tra le fiamme.
Il Prof. Vannucci
A proposito di stile: ognuno di noi nello scrivere ha il suo, il mio si e' formato principalmente negli anni delle superiori, dove ho studiato e sudato col Professor Marcello Vannucci.
Noto dantista, amico di Montale e di Saviane, direttore di riviste, scrittore fecondo (oltre venti libri su Firenze nei secoli e sui suoi personaggi) era temuto e adorato dai suoi studenti. Temuto in quegli anni, ricordato con blanda nostalgia negli anni successivi.
I suoi giudizi sul nostro operato erano sempre “stitici”, come dicevamo noi, ma impeccabilmente giusti.
Era abilissimo nello scoprire chi si applicava e chi no, chi imparava a memoria (un “lazzarone mentale”) e chi invece ci aveva riflettuto, e in quale misura. Ricordo ancora come, dopo aver ascoltato un allievo che non lo aveva convinto, se ne uscisse con il temuto “Me lo ripeta con altre parole”.
E li' c'era poco da fare, o avevi padronanza dell'argomento o crollavi.
Ci spremeva. Per il nostro bene, diceva lui.
A volte negli ultimissimi minuti, quando gia' ricominciavamo a respirare, ci tirava la mazzata: “Per la prossima volta portatemi due paginette su....”. Poteva essere qualunque cosa, mi ricordo ad esempio de “... gli ideali: sono utili o dannosi?”.
Leggeva poi tutte le paginette e la volta ancora successiva chiamava qualcuno e: “Il suo approccio non mi e' dispiaciuto, me lo riesponga, approfondendo i concetti”. Tutto faceva media, col Prof. Vannucci.
Sopportava il programma ministeriale perche' doveva, ma era sempre in cerca del modo migliore per incuriosirci, imbarazzarci e forzarci cosi' ad aprire la mente.
Una volta ci incuriosi' col fatto che “A Garibaldi piacevano le donne, e ne ebbe diverse, col seno voluminoso. Anita non faceva eccezione”.
Per imbarazzarci tirava dei colpi improvvisi, indicando qualcuno: “Perche', secondo lei, scoppiano le guerre?”. Oppure: “Che ne pensa del Carducci?” A lezione di Lettere avevi voglia di imparare il Natalino a memoria.... (il Sapegno, per quelli dello Scientifico).
Tollerava i neologismi, in favore del concetto che la lingua cambia, ma non sopportava le esagerazioni, tanto che un allievo che, povero lui, scrisse “cervelloticamente” fu impietosamente segato. Fu poi salvato, in sede di giudizio annuale, perche' andava bene nelle altre materie.
“i' Vannucci”, come lo chiamavamo noi e' mancato nel 2009, adesso lo ricordo, e non solo io, con affetto.
A sua gloria basti ricordare che i suoi allievi erano sempre i migliori della scuola.
Accademia della Crusca e social networks
La lingua cambia, dicevo, e non e' semplice tenere un giusto equilibrio, tra un passato immobile e il futuro che spinge. Questo esercizio d'equilibrio lo fa, da secoli, l'Accademia della Crusca. Che non e' un sinedrio di professoroni attaccati al passato, ma, al contrario, e' vivace attrice anche in Internet. Per aiutare e consigliare chi avesse dubbi sul buon uso della lingua. Peggio sta chi non ha dubbi. L'amica Vera Gheno cura la sezione Twitter dell'Accademia con notevole successo, tanto che ad oggi l'Accademia ha oltre 20.000 followers. Qui una sua recente intervista e qui un articolo su Wired, incredulo del connubio tra Accademia e social network
Si, ma cosa c'entra tutto questo con i muffins?
C'entra, perche' io vedo i muffins come un esempio di scrittura giornalistica.
Non rifinita, a primo sguardo; un po' grezza all'interno; ma comunque adatta a un veloce consumo.
Altri sono i dolci piu' adatti ad un consumo posato, penso a certi dolci francesi, raffinati fino all'inverosimile e pertanto meritevoli di rispetto e concentrazione nel gustarli.
Quindi, almeno per me, i muffins sono rozzi e vigorosi, un po' come certi americani con cui ho lavorato.
Del resto nel Sud degli Stati Uniti i muffins venivano preparati dalle cuoche padronali per essere consumati dalla servitu', quindi con pochi semplici ingredienti, e in fretta, senza tanti preziosismi. Solo in seguito i padroni di casa, e poi le massaie comuni, li adottarono, come veloci peccatucci di gola e come dolcetti tuttofare.
Chissa' perche' quando penso ai muffins e agli USA mi vengono alla mente certe caffetterie americane, tipo quella raffigurata da Ted Hopper, uno dei miei pittori preferiti, nel suo archetipico dipinto "Nighthawks", nottambuli, qui sotto.
Sicuramente oltre al caffe' e alle classiche fette di torta con gelato in quella caffetteria avranno servito anche i muffins, saranno li', sotto la loro campana di vetro. Ma le persone presenti sembrano limitarsi al caffe', o forse no, forse l'uomo di spalle ha davanti a se' le briciole di un muffin, segno di un momento che e' passato. E chi saranno le persone che a notte fonda siedono in quella caffetteria? Cosa le ha portate li'?
La donna, e' un po' annoiata, guarda qualcosa che ha in mano. L'uomo accanto a lei tiene la sigaretta bassa, ha appena detto qualcosa all'addetto notturno e questo gli sta rispondendo. Parleranno di sport, tanto per far muovere un'ora di stanca? Chi vincera' quest'anno, i Mets? I Dodgers? O i Tampa Bay?
E' notte tarda, fuori della caffetteria. Che ora sara'?
Indubbiamente Edward “Ted” Hopper era un maestro nel cogliere istanti di realta'. Cosa non darei per un suo quadro in originale, in casa ho solo delle stampe.
Nei quadri di Ted Hopper i muffins non sono mai raffigurati, ma potrebbero esserci, a buon titolo, e possiamo tranquillamente immaginarli.
A vederli nella realta', i muffins hanno un che di carnale. Invogliano al consumo, che avverra' a morsi, quasi con volutta'. Il nome, almeno nel volgare USA, ha anche una connotazione sessuale. Riporto una definizione, ma senza tradurla: “A girls vagina - Many different kinds, like blueberry (shaved), buttered (with cum), and many more”.
Donne e muffins..... Ma non c'e' bisogno di involgarirsi, basta guardarle, le donne, come diceva anche Jack Kerouac in Desolation angels: "Scoppieranno guerre per gli occhi delle donne". O anche come diceva anni prima William Shakespeare: "Dagli occhi delle donne derivo la mia dottrina: essi brillano ancora del vero fuoco di Prometeo, sono i libri, le arti, le accademie, che mostrano, contengono e nutrono il mondo".
Non c'e' dubbio che gli occhi di una donna contengano tutto, ma anche quello che c'e' intorno vale. Pensavo a quanto piace a noi ometti esibire al nostro fianco una bella donna. Accompagnarla sotto gli sguardi di tutti, con la mano che accarezza la curva della sua vita. Ci piace, eccome.
E adesso, proprio per questo, sto pensando a Wonderful tonight, di Eric “slow hand” Clapton.
Sapete, anni fa pensavo all'aspetto della donna che avrei sposato, la immaginavo alta, molto alta, un tipo irlandese, capelli rossi, pelle cruscosa, cosce nervose, occhi verdi. La vita ci porta poi su sentieri diversi, la mia consorte e' piccolina e con gli occhi di un caldo marrone. Ci sto benissimo ormai da tanti, tanti anni, e la esibisco volentieri e con orgoglio.
La mia consorte.... termine desueto, ma che mi piace molto, letteralmente “che divide la stessa sorte”.
Zuccheroso per zuccheroso torno a parlare di muffins. Mi torna spesso in mente una scenetta alla quale, anni fa, assistevo ogni volta che mi fermavo a far colazione in qualche Autogrill.
Per qualche anno ho fatto il venditore (oggi lo chiamano "Business Account Manager", ma sempre venditore e') e ho macinato in autostrada tanti di quei chilometri che ho ancora negli occhi la linea tratteggiata che mi viene incontro. Qui emerge un'altra citazione, ancora da Jack Kerouac, nel suo famoso On the road: "....dovevamo ancora andare lontano. Ma che importava, la strada e' la vita".
Sulla strada avevo il tempo di riflettere, ma c'era anche il tempo delle pause all'Autogrill: gasolio, toilette, colazione all'alba con cappuccino e brioche. Ho un po' di nostalgia per quella vita: ore di autostrada per vedere di persona il direttore del major account e, dopo la stanchezza di alzataccia e ore di guida, guardarlo in faccia, concentrarsi per leggere le sue reazioni e convincerlo a chiudere il contratto.
Vita anche randagia, anche solitaria, ma con un suo fascino: essere solo nella notte che sta scolorando, in attesa che arrivi la tua stazione di servizio preferita.
In quegli anni la direzione degli Autogrill tento' di introdurre i muffins al posto del classico cornetto, i maligni affermando che, mentre i muffins potevano essere conservati a lungo, i cornetti dovevano essere passati in forno durante il servizio del mattino e quindi consumavano tempo e energia elettrica.
"Passati in forno”: si, vabbe', li toglievano dal frigorifero e li schiaffavano in fornetti che giudicare lerci era far loro un complimento.
Sempre i maligni facevano presente che il succo d'arancia era industriale, gia' pronto, mentre il cappuccino doveva essere fatto al momento, con consumo di tempo ed energia elettrica.
Comunque sia, per un certo periodo le cassiere ripetevano ad ogni acquirente della fila: “Con un piccolo supplemento Le diamo un muffin e del succo d'arancia”. Forse qualcuno di voi leggendo queste righe se ne ricordera'. Se e' cosi' si ricordera' anche che tutti (salvo rarissimi casi nei quali qualcuno voleva fare il fighetto) rispondevano “No, va bene cappuccino e cornetto”.
Insomma tutti, praticamente, rifiutavano; e dopo non molto la direzione e le cassiere, con loro sollievo, rinunciarono a proporre l'offerta.
A me, come a molti altri, sentire tutte le volte quella litania alla quale rispondere invariabilmente “No” dava piuttosto fastidio.
Certe volte mi immaginavo che al cominciare de “Con un piccolo supplemento....” tutti i clienti presenti si voltassero verso la cassa e gridassero forte all'unisono: NO !
Ma il muffin e' tenace e pian piano negli anni a venire si introdurra' nelle nostre abitudini e si fara' consumare in molte occasioni, un po' come la lingua italiana che cambia e consente l'introduzione di nuovi termini, magari non eleganti, ma presenti.
Ed ecco chiuso il cerchio: dalla lingua italiana al seno di Anita Garibaldi, agli Autogrill, ai muffins.
Molti pensieri vaganti per questo MTC 43.
Muffin arabesco
E' un muffin costruito, penso io, come se fossimo in un paese arabo o comunque del medio oriente.
Quindi abbondanza di dolcezze: ci sono datteri, mandorle, miele e pistacchi.
E c'e' un trucco, per far colare il miele al primo morso.
Questo muffin e' figlio della seconda infornata, perche' la prima mi aveva deluso. Su Facebook avevo gia' scritto che ci avrei riprovato l'indomani,. Avevo in questa prima infornata provato diversi tipi di impasti e diverse proporzioni di ingredienti, ma un muffin mi debordava, un altro non era poi cosi' propenso a fare la sua cupola, un altro era bruciacchiato fuori e mezzo crudo dentro, e cosi' via. Ero seccato, se fossi stato un gatto avrei frustato l'aria con la coda.
Nel frattempo mia moglie, la "props manager" mi aveva fornito, dalla sua collezione, un apposito centrino da usare come sfondo delle foto.
P.S. - Si organizzano visite alla collezione, no gruppi.
Deluso e seccato dai risultati, dicevo. Poi pero' ho vinto la mia innata pigrizia e mi sono organizzato per una seconda infornata. Ho scelto la combinazione di ingredienti e relative proporzioni che mi avevano meno scontentato e ho cercato di migliorarla.
Questa volta sono rimasto soddisfatto.
Ingredienti per 6 muffins
Secchi
180 g farina 00
70 g zucchero (semolato)
1/2 cucchiaino di bicarbonato
1 bustina di lievito in polvere
3 cucchiai di granella di mandorle
3 cucchiai di pistacchi in pezzetti, tagliati a coltello
Liquidi
2 uova, piu' un tuorlo, a temperatura ambiente
80 g di latte a temperatura ambiente
75 g burro fuso
3 cucchiai di Vermouth
6 datteri, meglio se gia' sgusciati
3-4 cucchiaini di miele di Sulla
Esecuzione
Mescolare e setacciare gli ingredienti secchi. A parte mescolare bene gli ingredienti liquidi, le uova vanno prima sbattute. Il Vermouth serve per aggiungere ulteriori aromi all'impasto. Nella prima infornata avevo usato acqua di rose, ma il risultato non mi era piaciuto.
(a forza di assaggi sono cresciuto di mezzo kg almeno).
Versare gli ingredienti liquidi su quelli secchi e mescolare rudemente e rapidamente.
Imburrare e infarinare gli stampini (devo proprio comprare lo staccatore spray).
A questo punto prendere i datteri, che, credetemi, e' meglio comprare gia' sgusciati, con le forbici tagliar via un cm di punta e nel vuoto far colare del miele di Sulla. Questo miele e' buonissimo e piuttosto raro, meno male che ne ho un barattolone fornito dai cognati della Maremma. Chissa' quante volte avete visto la Sulla senza sapere come si chiamasse, dettagli qui
Il dattero e' stato usato come contenitore piu' o meno stagno per il miele, atrimenti il calore del forno avrebbe sciolto il miele e provocato un mezzo disastro. Usando il dattero intero ho unito l'utile al dilettevole.
Versare, meglio dire spingere, l'impasto fino a meta' altezza. Prendere un dattero e spingerlo fino in fondo, punta in basso. Coprire con altro impasto, senza superare i tre quarti dell'altezza dello stampo. Io ho usato degli stampini di ceramica bianca piuttosto profondi.
In forno a 170-180 gradi finche' il colore vi soddisfa. Non aprite il coperchio del forno fino a cottura avvenuta. Indovinate perche'.....
Sfornare, sformare e lasciar raffreddare in aria libera.
All'assaggio si e' sopraffatti dalla dolcezza dell'insieme e dal miele che cola dappertutto. Per poter apprezzare il trucco del miele liquido questi muffins non vanno mangiati freddi, ma caldi, o al massimo tiepidi. I pezzetti di mandorle e pistacchio che si trovano inaspettati aggiungono croccantezza e sapore. Il Vermouth ha aromatizzato il tutto deliziosamente. Consiglio di avvertire chi mangera' i muffin che c'e' un ripieno liquido, e caldo.
Muffin arabeschi goduriosi.
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